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Economia e Finanza

FINANZA/ Perché gli Usa attaccano Deutsche Bank e la Germania?

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Durante il dibattito sul Fiscal Cliff sviluppatosi nel dicembre dello scorso anno, la gente percepì che le tasse sarebbero salite negli anni a venire, con la conseguenza di un’accelerazione del pagamento di dividendi e altro che sarebbe dovuto essere fatto quest’anno. Mettendo a bilancio quegli introiti maggiori nel quarto trimestre del 2012, i pagamenti fiscali stimati per il 15 gennaio di quest’anno sono saliti e ciò ha permesso di ridurre il volume del deficit del primo trimestre. La missione primaria di Bernanke è monetizzare il debito creato dai budget federali che eccede le entrate, quindi come potrebbe oggi dire basta? La Fed si è di fatto posta da sola con le spalle al muro, se rallenta troppo o peggio blocca, i costi per il servizio del debito si mangeranno la politica di Obama in un sol boccone. I tassi di interessi saliranno a un livello che il governo non può gestire, visto che per ogni punto percentuale di crescita dei tassi, l’esborso annuale per il servizio del debito salirà di 80 miliardi di dollari: insomma, qualsiasi voce di spesa sarà spazzata via da quell’aumento.

Quindi, il mercato ieri ha festeggiato il fatto che l’America sia con le spalle al muro: non è fantastico? Ma si sa, a un tossico basta che vendi l’eroina, non gli interessa per quanto ancora potrà farsi, per quanto sopravviverà: vive giorno per giorno, stordito e schiavo. Così i mercati. Ci sono però un paio di segnali che vanno colti e meritano attenzione. Il primo, attendiamoci che accada qualcosa sul mercato dell’oro e che in Siria la situazione peggiori, ce lo dicono i numeri delle posizioni nette short aperte sui mercati: minerari ed energia sono al top delle scommesse ribassiste. Secondo, gli Usa hanno tirato un siluro spaventoso, ancorché passato quasi sotto silenzio sulla grande stampa, alla Germania e alla sua linea di rigorismo che non permette alla Bce di unirsi al grande banchetto del capitalismo di Stato. Ma prima, di parlarne, dipingiamo un attimo il quadro aggiornato dell’eurozona: si riaffaccia lo spettro della crisi bancaria.

Soltanto un mese fa, il livello di sottocapitalizzazione degli istituti continentali a causa delle sofferenze su prestiti era a quota 500 miliardi di euro. L’Italia, tristemente, si metteva in scia alla traiettoria spagnola, raggiungendo il 13,4% di sofferenze sul totale, in crescita del 2,5% l’anno. Insomma, l’Europa ha preso tempo sperando che qualche divinità del mercato intervenisse a risolvere il problema, ma ora ci si ritrova con banche che sono veri e propri zombie, sempre più dipendenti da governi e Bce per evitare fallimenti. Stando a calcoli di Bloomberg, l’assistenza sovrana alla banche in Europa e negli Usa ha toccato quota 83 miliardi di dollari l’anno, ma a spaventare è la cifra europea dall’inizio della crisi e degli stress test farsa: la garanzia di Stato implicita al settore bancario è di 650 miliardi di euro, su un totale di assets per 33 triliardi di euro, dato che viene estratto dalla comparazione dei rating di credito divergenti in base alla presenza o meno di supporto governativo al settore. Insomma, o si ricapitalizza seriamente o potrebbe bastare uno shock ben meno grave di Lehman o dello swap greco per far saltare il banco.

Che fare, quindi? Stress test seri, capaci di far saltar fuori le perdite debitamente nascoste nei bilanci, così come identificare i costi per la rimozione di quelle garanzie sovrane su tutte le liabilities. Al netto degli shortfall di capitale che questa operazione comporterà obbligatoriamente, i supervisori dovranno capire come assorbire e finanziare quegli shortfall, se attraverso i mercati di capitale o gli aiuti governativi, questa volta concordati con l’Europa e alla luce del sole. Se per caso, cosa cui non credo, gli shortfall di capitale saranno relativamente piccoli, i supervisori potranno implementare il processo attraverso il modello Usa, ovvero permettere alle banche di emettere equity per un periodo limitato sui mercati di capitale internazionali, dopodiché i governi nazionali interverranno per tamponare quanto ancora necessario.

Il problema, però, è anche quello rappresentato al rovescio della medaglia: quanto gli Stati, presi singolarmente nel loro rapporto tra Banca centrale e Bce, possono ancora permettersi di garantire obbligazioni il cui valore non supera quello di un biglietto del tram? Prendiamo Madrid, ad esempio. La Banca di Spagna ha confermato che la ratio debito/Pil è schizzata all’88,2% nel primo trimestre di quest’anno, una crescita anno su anno mai registrata e destinata a portare il dato al 90,5% entro la fine dell’anno. Alla fine di marzo, il debito spagnolo era di 922,8 miliardi di euro, su del 19,1% dallo stesso periodo dell’anno precedente e con il tasso di disoccupazione al 27,2%: negli ultimi cinque anni, di cui quattro in recessione ufficiale, la ratio debito/Pil è più che raddoppiata, miracoli dell’austerity. Bene, senza il “bazooka” di Draghi, come farà Madrid a puntellare ancora il suo sistema bancario e, contemporaneamente, a mettersi al riparo dal ritorno dello spread a livelli di realtà macro?