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FINANZA/ Perché gli Usa attaccano Deutsche Bank e la Germania?

Una classifica di Morgan Stanley segnala un dato pericoloso per Deutsche Bank, che è stato cavalcato negli Usa. Perché, si chiede MAURO BOTTARELLI, questa sorta di "attacco" alla Germania?

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Ieri il Nikkei ha chiuso le contrattazioni con un rotondo +2,73%, risultato capace di fargli recuperare la quota psicologica dei 13mila punti e di mettere le ali alle Borse europee (tutte tranne Milano, zavorrata dal teorico -25% di Saipem e dal conseguente calo della controllante Eni) e far schizzare i futures su Wall Street. L’Abenomics comincia a funzionare? No, non è cambiato nulla nella strategia da kamikaze di Shinzo Abe e della Bank of Japan. A mettere le ali all’indice giapponese, la quasi certezza instillata sui mercati che dalla riunione del Fomc, il comitato monetario della Fed, di oggi e domani giungerà luce verde alla prosecuzione delle misure di stimolo all’economia. Ovvero, niente tapering, si continua a stampare denaro in cantina e a comprare per 85 miliardi di dollari al mese.

D’altronde, in questo momento, Bernanke non può fare altro. Il programma di QE, infatti, ha pompato liquidità nei conti dei Primary Dealers, le banche compratrici di prima istanza di debito pubblico Usa, al tasso più veloce della storia, spingendo di converso alle stelle il prezzo dei titoli azionari negli ultimi quattro anni, visto che gli stessi Dealers con i soldi della Fed comprano equities come se non ci fosse un domani. Ecco il miracolo del Dow Jones sopra quota 15mila! Uno schema Ponzi destinato ad andare avanti finché proseguiranno le operazioni di QE. I ribassi patiti dalle Borse mondiali, Wall Street e Tokyo in testa, nelle ultime settimane prezzavano il rischio di una discontinuità nella politica a breve termine della Fed, ma ieri mattina nelle sale trading splendeva il sole, l’uccellino dispensatore di rumors aveva sentenziato che nessun rallentamento o blocco era all’orizzonte. E tutti a comprare.

Dicevamo che Bernanke non ha alternative. E come poter pensare il contrario, stante il debito pubblico Usa a quota 16,5 triliardi di dollari? Il presidente Obama, indebolito dallo scandalo farsa delle intercettazioni (oltre il 60% degli americani ha detto chiaramente che è d’accordo con questa politica di intelligence, se può servire a garantire la sicurezza), sta usando il suo potere per mantenere i tassi al minimo, visto che un aumento del costo del servizio del debito devasterebbe del tutto la sua agenda (di qui l’opzione bellica in fieri con la Siria). E Bernanke, finora, ha spalleggiato senza remore la politica del governo, visto che parlando genericamente di possibile rallentamento del QE, ha sì calmierato il prezzo dei titoli (comunque ancora sopravvalutati di un 30%), ma lo ha fatto senza cambiare di una virgola la politica della Fed, che infatti continua a comprare. Diciamo che ha lanciato il sasso nello stagno - non certo la bomba a mano e men che meno quella atomica - per vedere l’effetto che fa.