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SPILLO/ L’Ilva di Taranto riporta in vita lo Stato-Leviatano

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Esempio, ormai di scuola: l’Ilva. Abbiamo un fronte di potenza dirompente, una vera e propria forza d’urto strategicamente orientata, che si chiama magistratura, la quale ha deciso di fare la rivoluzione fuori tempo massimo, usando i limiti di una ciclopica megastruttura produttiva come l’Ilva. Giudichiamo la realtà sine ira ac studio, senza fremiti di rabbia scaturenti dal profondo, anche perché è un film già visto mille volte; si tratta innanzitutto di una dinamica da comprendere. Traduzione in volgare: massacro del cda dell’Ilva, criminalizzazione dell’intera classe dirigente del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, uso dell’inquinamento, dell’ambiente malato, cause oggettive e documentate, ovvio, ecc. come se niente fosse, fingendo di dare tempo e modo alla dirigenza di uscire fuori dignitosamente per poi vibrare il colpo finale.

Morale della favola: il cda si dimette - a giugno ne vedremo delle belle all’assemblea degli azionisti - e così il fariseismo di stato vince. Domanda: chi perde? Perde evidentemente l’unico fattore soggettivo in grado di rilanciare una comunità, quella cosetta strana - e oggi quasi un corpo estraneo non ben identificabile nel comune senso del vivere quotidiano - che si chiama lavoro. Figuratevi, cosa volete che sia: 40.000 posti di lavoro, indotto incluso? E allora? Ma la testa del re è caduta e il giacobinismo di stato ha vinto.

E così la politica economica viene gestita - attenzione: dico gestita - al pari di come lo stato vorrebbe gestire - ripeto: gestire - le libertà soggettive, come il Card. Scola, a Roma, ha recentemente richiamato, parlando di libertà religiosa. Dunque, abbiamo un altro paradosso: uno stato-fantasma che si rivela mazza d’acciaio contro la società civile e l’economia, proprio quando dovrebbe allargare, di contro, lo spettro reale della sussidiarietà e della facilitazione della libera intrapresa. Non basta: la magistratura è un ordine e non un potere (come diceva Cossiga: i magistrati sono semplici “vincitori di concorso”), ma, in questo caso, ha di fatto contrastato la società civile e produttiva fin nelle pieghe della governance aziendale dell’Ilva.

Ciò non significa che non vi siano seri motivi per affrontare il rapporto Ilva-ambiente (nel suo aspetto complessivo) in maniera adeguata e rispettosa della civiltà dell’uomo, ma questo sano richiamo non deve, diabolicamente, rovesciarsi in pretesto per stroncare, chiudere e poi giustificare un ruolo eccedente a quello costituzionalmente previsto. Del resto, il ministro dell’ambiente del precedente governo tecnico, Clini, aveva correttamente e a più riprese richiamato questo punto.

Ma non basta. Accanto a questa posizione della magistratura, troviamo il ruolo dell’altro organo, non previsto, di organizzazione e definizione della politica economica nazionale (per quel poco che di nazionale è rimasto, soprattutto a livello di ricadute procedurali), che si chiama Ragioneria generale dello stato. Cioè la mera contabilità a uso dei tecnocrati e della cosiddetta vigilanza esterna sul ruolo - ritenuto sempre a priori sospetto, ripeto - della politica e di chi, come soggetto attivo, in essa è implicato.