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FINANZA/ 1. Quei 73 miliardi per il decreto del fare (a stelle e strisce)

Pubblicazione:giovedì 20 giugno 2013 - Ultimo aggiornamento:giovedì 20 giugno 2013, 8.20

Enrico Letta (Infophoto) Enrico Letta (Infophoto)

Il decreto “del fare” è pieno di buone cose, ma si caratterizza più per quello che non c’è. A cominciare dal taglio della spesa pubblica. È difficile e doloroso, un po’ come ogni drastica cura dimagrante, tuttavia, davvero non si può fare niente? Su 600 miliardi di spesa corrente al netto degli interessi, scrive la relazione Giarda, le pensioni rappresentano il 33%, i trasferimenti alle famiglie il 9,8%, quelli alle imprese il 4% (sono poco meno di 19 miliardi, tutto compreso, cioè anche alle aziende pubbliche come le ferrovie). Il 45,3% è fatto dai costi di produzione dei servizi pubblici (scuola, sanità, difesa, giustizia, polizia, ecc.). Ebbene, essi sono aumentati molto più dei costi dei beni privati.

L’Istat ha elaborato anche una stima: se la dinamica dei costi pubblici e privati fosse stata la stessa, lo Stato avrebbe risparmiato ben 73 miliardi di euro. Altro che appannaggio dei parlamentari. Questo è il formaggio nel quale si annidano i topi, grandi e piccoli. Nessun governo ha avuto il coraggio di metter mano a questa inflazione dei costi pubblici. Ogni finanziaria ha sempre dato per scontata la spesa storica. Il primo ad aver interrotto la sequenza è stato Giulio Tremonti con i tagli lineari che gli sono costati la testa.

Dunque, è possibile trovare gli 8 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva. Una scelta indispensabile perché anche attraverso le aliquote delle imposte indirette si svolge nella stessa Unione europea una sorta di concorrenza fiscale. L’Italia con il 21% è già nella fascia alta (ci supera la Danimarca al 26%, ma la Francia e la Germania hanno un’Iva meno cara). Dunque, un rincaro avrebbe l’effetto perverso di aumentare l’inflazione e restringere un mercato interno già inaridito.

Certo, la questione fiscale riguarda soprattutto le imposte dirette e in particolare quelle sul lavoro, tuttavia anche qui bisogna ragionare bene sul da farsi. Gli imprenditori chiedono un taglio del cuneo fiscale. L’esperienza del governo Prodi non depone a favore di questa ipotesi: che fine hanno fatto i sei punti ridotti nel 2006, quindi prima della grande crisi? Quanti posti di lavoro ha creato quel beneficio ai profitti e (in parte minore) ai salari? Il ministro dello sviluppo Flavio Zanonato davanti alla Confesercenti ha parlato di ridurre l’Imu per i piccoli imprenditori. Si va avanti ad annunci e improvvisazioni. Ha ragione Fabrizio Saccomanni, titolare del Tesoro, che vorrebbe una riforma organica: non si può continuare con continui ed erratici mutamenti del sistema fiscale che, invece, dovrebbe essere il più semplice, chiaro e stabile possibile (una delle condizioni, tra l’altro, che chiedono gli investitori americani per mettere soldi nel sistema Italia).


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