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FINANZA/ 1. Quei 73 miliardi per il decreto del fare (a stelle e strisce)

Enrico Letta (Infophoto) Enrico Letta (Infophoto)

Un’altra lacuna significativa riguarda le liberalizzazioni. Il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, ha detto che poste, ferrovie, assicurazioni, elettricità, grandi servizi di rilievo strategico, non sono ancora concorrenziali. Con costi enormi: le tariffe Rc auto sono più care dell’80% rispetto a quelle tedesche, le bollette elettriche sono 30% più care della media europea (altro che i pochi risparmi previsti nel decreto del fare). Queste sono le grandi riforme mancate anche dal governo Monti. E qui, invece, il governo Letta non dice nulla. Come mai? Eppure ha una maggioranza più ampia di Monti. Chi resiste? Il Pd, il Pdl? Letta li sfidi sulla pubblica piazza: si assumano la responsabilità, di fronte ai propri elettori, di difendere le compagnie di assicurazioni o gli industriali elettrici.

La carta americana e la carta delle riforme, dunque, vanno di pari passo. L’Italia dovrebbe giocarle nel Consiglio europeo di fine giugno, dove non può né limitarsi a battere i pugni, né piagnucolare sulle pene che scelte sbagliate dell’Ue ci hanno imposto. In entrambi i casi avremmo ragione, ma otterremmo l’effetto contrario. Né si può aspettare le elezioni tedesche di settembre nella speranza che il nuovo governo cambi linea. Intanto è probabile che la Cancelleria resti alla Merkel e poi la linea della Spd non è di abbandonare l’austerità, ma di gestirla in modo più morbido. A differenza di Schroeder nel 2003, Letta non ha una Agenda 2010 per giustificare il superamento dei limiti del 3% al deficit pubblico. Di qui a una settimana, il governo non ha in programma nulla di realmente nuovo (anche sul mercato del lavoro si prevedono solo degli aggiustamenti). Ma non è mai troppo tardi per rimediare.

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