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FINANZA/ 2. I numeri che fanno "ballare" la Cina

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Insomma, l’obiettivo pare quello di voler far calare il tasso di crescita del credito dall’attuale 22-23%, al 17-18%. Il rischio? Un deleverage disordinato nel mercato interbancario. C’è però da ricordare una cosa, ovvero le sterminate riserve di valuta estera cinesi, cresciute del 721% dal 2004 a oggi (quelle di Brasile, Russia e India sono cresciute insieme nello stesso periodo “solo” del 400%) e in grado, per capirci, di comprare le riserve auree ufficiali di tutte le altre banche centrali: parliamo di 3,4 quadrilioni di dollari. Insomma, un cuscino non da poco che potrebbe essere stato impiegato, in parte, proprio nell’acquisto di oro: alcuni analisti pensano che in autunno la Banca centrale cinese fornirà i nuovi dati sulle riserve auree e si attendono un aumento da 1,054 tonnellate a una cifra compresa tra 2mila e 3mila tonnellate. Ma l’economia reale rischia di trasformarsi in una brutta gatta da pelare anche per un colosso come la Banca del Popolo.

La ratio del servizio del debito per le aziende cinesi ha raggiunto il 30% del Pil, tipica linea di demarcazione delle crisi finanziarie e molte di loro non saranno in grado di ripagare né gli interessi, né il capitale. All’orizzonte si staglia un “Minsky Moment”, ovvero quando la piramide del debito collassa sotto il proprio peso: insomma, la palla di neve del debito sta rotolando e diventando sempre più grande, ma senza contribuire all’attività economica reale. Le misure prese dalle autorità negli ultimi tre mesi hanno raggiunto la massa critica, tanto da aver già fatto partire un deleveraging nel settore bancario. Ma la restrizione della liquidità può però essere molto dannosa per un’economia molto soggetta alla leva come quella cinese.

In molti pensano che nella seconda metà di quest’anno le autorità taglieranno prima i tassi di interessi e poi le ratio di riserva bancaria, ma restano i numeri con cui fare i conti: il credito totale nel sistema finanziario cinese è al 221% del Pil, cresciuto di otto volte in dieci anni e soltanto quest’anno le aziende cinesi dovranno ripagare interessi per 1 triliardo di dollari. Quindi, moltissima della liquidità non serve alle aziende per finanziare produzione ma per ripagare i debiti.

È di tre mesi fa, d’altronde, la notizia del primo grande default su proprie obbligazioni di un’azienda cinese, il gigante dei pannelli solari SunTech, incapace di ripagare 541 milioni di notes in scadenza il 15 marzo, dopo quattro trimestri consecutivi di perdite. L’abbassamento dei prezzi e lo squeeze sui profitti non sono bastati all’azienda leader al mondo nel suo settore, un precedente che ora vede molte altre ditte incapaci di rinegoziare le loro liabilities e ottenere flessibilità ulteriore dai propri creditori. A queste criticità si unisce anche il timore per il massiccio esodo di denaro dal Paese in caso la Fed decidesse di rallentare il programma di stimolo e il dollaro si rafforzasse, un qualcosa che già si sta materializzando in sedicesimi, visto che al 5 giugno scorso il rimpatrio di capitali esteri dagli equity funds cinese è stato al livello più alto dall’inizio del 2008, mentre quelli dai fondi di Hong Kong addirittura da dieci anni.

Oggi poi verrà reso noto l’indice flash Pmi di Hsbc riguardo l’attività economica cinese, con la quasi totalità degli analisti che prevede un ulteriore rallentamento dell’attività manifatturiera nel mese di giugno. Le attese parlano di un calo dell’indice a 48,7, in ulteriore peggioramento dal 49,2 di maggio e in discesa da sette mesi di fila: ogni dato sotto il 50, significa contrazione. Si teme poi la conferma del rallentamento dei consumi interni e l’outlook sulla domanda, colpita anch’essa dalla poca propensione alla spesa dei cinesi, un dato confermato anche dal calo dei prezzi alla produzione, scesi del 2,9% a maggio rispetto a un anno prima e in aumento dal -2,6% di aprile. Come nel film “Tremors”, i guai arrivano da sottoterra, invisibili.