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FINANZA/ 2. Il "test" che boccia l’euro

L’evidenza dell’esperienza, spiega GIOVANNI PASSALI, dovrebbe farci capire in maniera lampante che la Bce e l’euro non sono strumenti utili per la nostra economia

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Ormai la distanza tra le due maggiori banche centrali del mondo, la Federal Reserve e la Bce, sembra un abisso. Prima la Fed concedeva liquidità a piene mani (e pure alle banche europee, attraverso le loro filiali americane), mentre la Bce ci doveva pensare ogni volta e quasi forzare la mano alla Germania. Poi pure la Bce ha iniziato a iniettare liquidità a piene mani, grazie all’iniziativa di Draghi, ma sempre troppo tardi rispetto alle tempistiche della crisi. E l’esempio che tutti gli economisti critici riportano è quello della Grecia, quando un problema di liquidità causato da un debito di 300 miliardi di euro è diventato un costo finanziario (a causa della caduta delle borse europee) di migliaia di miliardi.

Infine, in questi ultimi tempi, a certificare un cambiamento nelle relazioni da parte americana, sono iniziate ad arrivare le critiche da parte del Fondo monetario internazionale sulle politiche di austerity imposte dalla Bce e applicate dai paesi europei. L’ultima di queste critiche è del premio Nobel Paul Krugman, il quale si chiede come mai vi siano ancora tanti personaggi a difendere le politiche di austerità, e come mai siano ancora così ascoltati, nonostante ormai il fallimento di tali politiche sia sotto gli occhi di tutti.

Così commenta Krugman: “In sostanza, le autorità della troika (il Fondo monetario internazionale, la Banca centrale europea e la Commissione europea) si sono rifiutate di ammettere l’ovvio e autorizzare un tempestivo default greco. Hanno al contrario preferito fare assurde dichiarazioni sull’efficacia dell’austerity, e così facendo hanno esteso il principio dell’economia ispirata all’austerità un po’ dappertutto”.

Ora il Fmi si è smarcato da questa posizione e, dopo un periodo di diplomatico silenzio, qualche suo esponente ha iniziato ad affermare pubblicamente che la politica di austerità era sbagliata. Rimane una sola motivazione a difesa di tale politica, ed è la giustificazione del controllo dell’inflazione. Ma tale giustificazione è forse valida in un periodo di crescita sostenuta, nel quale la crescita della produttività fa crescere prezzi e stipendi in maniera non equilibrata, a sfavore di questi ultimi (cioè gli stipendi crescono meno dei prezzi, quindi diminuisce il potere di acquisto).

In tale contesto, un ente che si impegnasse nel controllo dell’inflazione svolgerebbe un’opera meritoria. E questo è proprio il compito principale che si è data la Bce, fissato nei suoi statuti: il controllo dell’inflazione. E questo è proprio il motivo per cui, di fronte all’esplodere della crisi, al fallimento delle aziende e alla crescente disoccupazione, la Bce ha sempre risposto asetticamente e ideologicamente che “non è nostro compito”. Visto che la Bce non risponde ad alcuna istituzione del suo operato, fin dall’inizio si doveva porre la questione di un’istituzione che potesse porre in essere politiche monetarie contrastanti con le politiche economiche degli stati.