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FINANZA/ 1. Così gli Usa stanno facendo crollare i "nemici" del dollaro

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Se quindi prosegue la fuga dei capitali di investitori esteri, la creazione del credito nei paesi emergenti potrebbe rallentare pesantemente, andando a colpire la crescita economica. Nelle ultime settimane, i dati ad alta frequenza sulla fornitura di debito corporate di paesi emergenti hanno mostrato una netto declino. Ma la fuga di capitale esteri sta influenzando anche i money markets dei paesi emergenti, visto che lo yield dell’Elmi Plus Index, una sorta di paniere ponderato dei money markets dei paesi emergenti, è salito la scorsa settimana al 5,53%, il livello più alto addirittura dall’aprile 2009, soprattutto a causa dello squeeze sulla liquidità in Cina di cui vi ho parlato la scorsa settimana e che ieri si è concretizzato con il crollo dell’indice di Shanghai e con un a dir poco preoccupante alt all’operatività di Bank of China.

Insomma, nei paesi emergenti si stanno creando i prodromi per un credit crunch e per un ulteriore indebolimento della crescita. E chi è più a rischio per questa spirale? Basta mettere in correlazione gli inflows su debito ed equities delle varie regioni tra il 2009 e il 2012 con il Pil delle stesse: è l’area della cosiddetta Emerging Europe (quella che contempla l’Est europeo ma anche Russia e Turchia, appunto) la più vulnerabile alla fuga dei capitali, visto che gli inflows cumulativi sul debito erano al 10,6% tra il 2009 e il 2012, seguita dall’America Latina con il 7,2% e infine l’area asiatica degli emerging markets con il 2,9% di inflows sul Pil.

Tutto - o quasi - per la politica volutamente opaca della Fed, la quale minaccia di rallentare gli acquisti per creare danno alle economie rivali, ma in realtà non lo fa, perché altrimenti ucciderebbe anche se stessa e l’economia Usa. D’altronde, tocca prendere atto del fatto che l’economia di mercato non esiste più. Il prezzo degli assets, qualsiasi, lo fanno le banche centrali e i fondi sovrani con le loro leve monetarie, punto. Julian Callow di Barclays ha confermato che questi soggetti stanno comprando bond AAA per un controvalore di 1,8 triliardi all’anno su una disponibilità totale di 2 triliardi, praticamente tutto: un qualcosa di senza precedenti.

Fed, Bce, Bank of England e Bank of Japan detengono 10 triliardi di dollari in bonds. La Cina e le potenze petrolifere, altrettanti. Insomma, insieme questi soggetti hanno obbligazioni pari al 25% del Pil globale. Questi soggetti SONO il mercato, per questo ogni sospiro di Bernanke sul “tapering” squassa o infiamma i mercati, così come le scelte di politica monetaria della Banca centrale cinese. Ormai siamo in un mondo in cui le opzioni dovrebbero chiamarsi “Fed Put e “Fed Call”. E a dirci come i tempi potrebbero farsi davvero bui ci pensa uno studio molto interessante, “Crunch Time: Fiscal Crises and the Role of Monetary Policy”, redatto da Frederic Mishkin, amico di Bernanke ed ex membro del board della Fed.

A suo dire, la stessa base di capitale della Banca centrale Usa potrebbe essere spazzata via più volte quando il costo del denaro salirà, con un’escalation di guai che potrebbe portarci tassi a doppia cifra entro il 2020. A quel punto, la Fed sarà obbligata a finanziare la spesa per evitare un default devastante. Il problema, poi, è che il programma di stimolo Qe non sta affatto aiutando l’economia, ma soltanto creando bolle insostenibili nei prezzi degli assets, oltre che spedire sott’acqua i fondi pensioni colpiti da liabilities sempre maggiori per i tassi a zero e, paradossalmente, portando le aziende a differire gli investimenti proprio a causa di quel diluvio di soldi.


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COMMENTI
26/06/2013 - report di Mediobanca Securities (filippo cairo)

Salve Sig. Bottarelli, volevo chiedere se possibile un chiarimento. Nel report di Mediobanca Securities a cura di Antonio Guglielmi, cui è stato dato risalto soprattutto da Il Fatto Quotidiano si fa menzione del fatto che i btp potrebbero essere oggetto di ristrutturazione mentre i bot e gli strumenti del mercato monetario no. esiste una normativa al riguardo circa l'impossibilità di includere questi ultimi nelle eventuali ristrutturazioni o si tratta solo di deduzioni? Grazie per la sua attenzione. Filippo Cairo

RISPOSTA:

Caro Cairo, scusi il ritardo nella risposta. Da quest'anno tutti gli Stati membri dell'Unione possono emettere fino al 45% dei propri titoli di Stato con le cosiddette "clausole di azione collettiva" (CAC), ovvero la possibilità che, in caso di crisi, quei titoli possano veder rinegoziati rendimento e durata, ovviamente se tende a porre quelle clausole sui titoli più a lunga scadenza e onerosi, Btp a 3, 5 e 10 anni. Per titoli a lunga scadenza emessi prima del 1 gennaio 2013, se saranno ristrutturati sarà solo attraverso swap volontario di tipo greco. Cordialmente (Mauro Bottarelli).