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FINANZA/ 1. Così gli Usa stanno facendo crollare i "nemici" del dollaro

Pubblicazione:martedì 25 giugno 2013 - Ultimo aggiornamento:martedì 25 giugno 2013, 8.47

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Questo articolo è diviso in due puntate (la prossima verrà pubblicata giovedì) e ha come scopo non solo quello di dimostrare che la politica della Fed ha distrutto i mercati e che, se non si sarà dei premi Nobel nel cercare una via d’uscita con una tempistica appropriata, il peggio deve ancora venire. No, vuole anche dimostrare come gli Usa stiano usando la minaccia di fine del programma di stimolo per schiantare tutte le economie che parevano in grado di minacciare il dollaro e il predominio economico-finanziario statunitense, insomma creare il deserto per essere gli unici sopravvissuti al day after della liquidità senza fine.

Ora, vediamo di chiarire un concetto prima di essere frainteso: il livello di repressione posto in essere dalle autorità turche è inaccettabile. Detto questo, il premier Erdogan, in questi giorni impegnato in adunate oceaniche a difesa del suo governo, ripete come un disco rotto la sua accusa verso «le lobbies dei tassi di interesse che manipolano i giovani per destabilizzare economie emergenti che stanno disturbando gli interessi consolidati del mercato». Ovvero, il dollaro. Io non ho alcuna prova relativa a una manina statunitense dietro le proteste e nemmeno mi interessa cercarla, ci sono però dei dati di fatto inoppugnabili: in tre settimane quella che era una delle economie più vitali e con tassi di crescita maggiori è andata a schiantarsi. Lo dicono i crolli della Borsa, l’andamento della lira turca, il cds ai massimi e i tassi di interesse sovrani in costante aumento.

E la Turchia non è la sola a pagare questo prezzo alla crisi, essendo tutti i mercati emergenti in guai grossi. L’outflow di capitali dai debt funds di quei paesi è infatti accelerato per la terza settimana consecutiva e per un unico motivo: il timore degli investitori per la fine o il rallentamento del Qe da parte della Fed, di fatto erodendo la domanda per gli assets dei paesi emergenti. Ora, come vi ho già detto, non penso che la Fed fermerà a breve il programma di stimolo, poiché aumentando i tassi schianterebbe l’agenda economica di Obama contro il muro del servizio del debito, ma non importa cosa farà Bernanke, conta ciò che i mercati percepiscono. E prezzano, a prescindere da quando e se avverrà il tapering della Fed.

I fondi dedicati al debito di paesi emergenti, tracciati da Epfr Global, hanno subito redenzioni da parte degli investitori per 2,6 miliardi di dollari al 19 giugno scorso, quindi prima del discorso di Bernanke che ha mandato i mercati all’inferno giovedì scorso. L’outflow medio nelle ultime quattro settimane è stato di 1,73 miliardi di dollari, il più grande da quando vengono monitorati questi dati. Per Robert Steward, gestore obbligazionario per i paesi emergenti a JPMorgan Asset Management, «siamo in una fase di transizione. Gli investitori stanno facendo i conti con il ritiro della liquidità in eccesso fornita dalla Fed e con le sue implicazioni sugli investimenti. E come al solito, i mercati non amano i cambiamenti, quindi tendono a reagire esageratamente in maniera volatile».


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COMMENTI
26/06/2013 - report di Mediobanca Securities (filippo cairo)

Salve Sig. Bottarelli, volevo chiedere se possibile un chiarimento. Nel report di Mediobanca Securities a cura di Antonio Guglielmi, cui è stato dato risalto soprattutto da Il Fatto Quotidiano si fa menzione del fatto che i btp potrebbero essere oggetto di ristrutturazione mentre i bot e gli strumenti del mercato monetario no. esiste una normativa al riguardo circa l'impossibilità di includere questi ultimi nelle eventuali ristrutturazioni o si tratta solo di deduzioni? Grazie per la sua attenzione. Filippo Cairo

RISPOSTA:

Caro Cairo, scusi il ritardo nella risposta. Da quest'anno tutti gli Stati membri dell'Unione possono emettere fino al 45% dei propri titoli di Stato con le cosiddette "clausole di azione collettiva" (CAC), ovvero la possibilità che, in caso di crisi, quei titoli possano veder rinegoziati rendimento e durata, ovviamente se tende a porre quelle clausole sui titoli più a lunga scadenza e onerosi, Btp a 3, 5 e 10 anni. Per titoli a lunga scadenza emessi prima del 1 gennaio 2013, se saranno ristrutturati sarà solo attraverso swap volontario di tipo greco. Cordialmente (Mauro Bottarelli).