BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA/ Il "patto dei conservatori" spinge l’Italia verso il tracollo

Pubblicazione:giovedì 27 giugno 2013

Angelino Alfano ed Enrico Letta (Infophoto) Angelino Alfano ed Enrico Letta (Infophoto)

È un calcolo realistico e prudente. Ma mostra tutta la fragilità di un governo che nei suoi primi cento giorni non ha fatto nulla di sostanzioso. Per colpa dei ministri o dei partiti che lo sostengono? Una cosa è certa: la grande coalizione è nata sullo stato di necessità, ma poteva essere l’occasione per prendere decisioni che nessun partito da solo può permettersi; invece, con il passare delle settimane, è diventata la grande conservazione. Nessuno vuol turbare i propri elettori, pensando che si torni alle urne prima del previsto. Ciò vale per il Pd nei confronti della Cgil e dei sindacati o del Pdl verso i ceti medi colpiti dalla crisi come non mai, costretti spesso per la prima volta a pagare imposte sulla principale ricchezza accumulata nei decenni scorsi: gli immobili.

Il patto conservatore passa, come sempre, per il bilancio pubblico. Dal lato delle entrate non si riesce a fare nulla per riequilibrare la tassazione a favore del lavoro. Dal lato delle spese ci sono stati solo due anni “virtuosi” grazie ai tagli lineari di Giulio Tremonti il quale li ha pagati cari. La spending review all’inglese introdotta da Mario Monti ha dato finora risultati modesti e il governo Letta ne fa solo cenni fugaci. Non si sa dove recuperare 8 miliardi e ci sono 300 e rotti miliardi di spese (al netto della protezione sociale che non si può toccare in recessione). Mentre l’esborso per interessi cresce (siamo ormai vicini ai 100 miliardi annui) non solo perché aumenta il debito da finanziarie, ma perché i tassi sono in risalita. Mario Draghi tranquillizza sostenendo che per la Bce la exit strategy non è vicina. I mercati, però, vivono di aspettative: ora si attendono un rialzo e si comportano di conseguenza.

Se Letta fosse stato in grado di presentarsi a Bruxelles con un dossier pieno di cantieri aperti, anche con gesti ad alto valore simbolico come l’abolizione delle province e il taglio dei dipendenti pubblici (nonostante le urla dei sindacati), avrebbe avuto qualche carta in più con la Merkel e con Barroso. L’Italia ha molte ragioni da far valere: la Banca dei regolamenti internazionali nella sua ultima relazione dimostra che, insieme alla Germania, è stato il Paese che ha meno aumentato deficit e debito dello Stato, dalla crisi del 2008 a oggi.

Pubbliche virtù, dunque. Ma tutti lo ignorano se c’è il segno meno davanti al prodotto nazionale e gli italiani anno dopo anno si ritrovano più deboli ed emarginati. Da Bruxelles non verrà nessuna gomena di salvataggio, nessuna nave d’appoggio. Speriamo di essere smentiti, ma intanto meglio mettersi ai remi.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.