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FINANZA/ Il "patto dei conservatori" spinge l’Italia verso il tracollo

Oggi prende il via a Bruxelles un importante Consiglio europeo. L’Italia si presenta senza novità importanti e afflitta da immobilismo. L’analisi di STEFANO CINGOLANI

Angelino Alfano ed Enrico Letta (Infophoto) Angelino Alfano ed Enrico Letta (Infophoto)

Come si presentano i grandi paesi al Consiglio europeo di metà anno che oggi apre i battenti a Bruxelles? Il Regno Unito con una spending review da 11,5 miliardi di sterline. La Germania con un piano di aumento della spesa pubblica. L’Italia prendendo tempo. Londra non naviga in buone acque, è in piena stagnazione (la crescita reale è inferiore all’1%), ma con un deficit pubblico al 7,5% e un debito al 108% del Pil non può fare altrimenti. Berlino, al contrario, ha un bilancio pubblico in leggero attivo e un debito sotto controllo, quindi può allargare i cordoni della borsa. L’opposizione socialdemocratica denuncia le promesse elettorali. Può darsi, certo è che se i tedeschi cominciano a spendere è un bene per tutti. Roma, invece, mostra chiaramente di non avere alcun margine di movimento.

Rinviare l’Imu sulla prima casa e l’aumento dell’Iva era in qualche modo dovuto con un potere d’acquisto delle famiglie sotto il pavimento e investimenti che sono ai livelli più bassi dal 1994. Ma il governo non ha una soluzione; promette di trovarla con la prossima finanziaria, tuttavia il ministro Fabrizio Saccomanni ripete che non c’è un centesimo in cassa e non sa come rimediare. La pars construens della politica economica (decreto del fare, semplificazioni, misure per l’occupazione giovanile) contiene una serie di misure positive, però spesso sono piccole e periferiche. Potranno dare benefici, ma non subito. Enrico Letta annuncia 200 mila nuovi posti di lavoro in 18 mesi (se tutto va bene) che non servono nemmeno a compensare la perdita di posizioni di lavoro subordinato o parasubordinato dello scorso anno (230 mila stando alle comunicazioni obbligatorie).

L’Italia soffre di due crisi che si intersecano: una crisi strutturale, di lungo periodo, che ci riporta a tutte le riforme mancate, abortite, o lasciate a metà fin dagli anni ‘90. Il debito pubblico oltre il 130% è lo specchio di questo passato che opprime il presente e ipoteca il futuro. La bassa competitività che riguarda soprattutto i servizi e l’amministrazione pubblica è la zavorra che ci tiene nella palude. Poi c’è una crisi congiunturale provocata dalla riduzione della domanda estera e dalla contrazione di quella interna. Le esportazioni finora hanno tenuto, adesso stentano. Chi lavora per il mercato interno, industria, servizi, professioni, affonda. La stretta fiscale per superare l’emergenza finanziaria del 2011 ha depresso ancor più la domanda, mentre l’abbondanza di moneta messa a disposizione dalla Banca centrale europea non si è tradotta in aumento del credito perché le banche sono troppo fragili e piene di prestiti ad altissimo rischio.

Con migliori conti pubblici sarebbe stato possibile ridurre le imposte, accrescere le spese per investimenti, ricapitalizzare le banche con l’intervento anche temporaneo dello Stato, come negli Stati Uniti o nella Svezia del 1992. Nelle condizioni attuali, il governo Letta ha scelto di rispettare il tetto del 3% al disavanzo pubblico sul Pil (di fatto rinviando il pareggio) e usare i pochi margini di manovra per pagare i debiti della Pubblica amministrazione e sostenere l’occupazione. Con la speranza di convincere l’Unione europea a chiudere un occhio se l’anno prossimo facciamo tre virgola qualcosa.