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FINANZA/ Così la Merkel "inchioda" l’Italia

Enrico Letta e Angela Merkel (Infophoto) Enrico Letta e Angela Merkel (Infophoto)

L’obiettivo di conseguire una “vittoria politica”, perché ormai la partita dell’Iva aveva assunto un forte valore simbolico per destra e sinistra, ha avuto ragione sul buonsenso: il rinvio dell’Imposta sul valore aggiunto è stato finanziato con nuove misure che peseranno sui consumi. Oltre a unafee sul sistema bancario che di certo non gode di buona salute. In altri termini, si dà per scontato che la macchina della spesa pubblica (più o meno 800 miliardi) non possa rinunciare nemmeno a un miliardo, tanti quanti ne vale il rinvio di un trimestre dell’aumento dell’Iva.

Altro paragone impietoso. Di fronte alla coerenza d’azione tedesca (e non solo tedesca) dà pessima prova di sé una politica che punta tutto sull’immagine e sulla demagogia di breve respiro. Sia a destra (dove si reclama il taglio delle tasse, ma non quello delle spese) che a sinistra, ove non si intravede una politica che avvii a soluzione il problema dei problemi, cioè il divario crescente del Clup (Costo del lavoro per unità di prodotto) rispetto ai concorrenti commerciali.

Inutile, insomma, sperare in un cambio di rotta della Germania, magari dopo le elezioni di settembre. Qualcosa, dalla Germania o dagli Usa in pieno rilancio, magari arriverà se l’Italia tornerà a offrire condizioni propizie per chi vuole investire. Ma prima dobbiamo muoverci noi. Magari in silenzio, senza bombardamenti mediatici o promesse da talk show, ma nella cornice che il professor Paolo Manasse, membro tra l’altro del think tank europeo Breugel ha esposto con lucidità in un recente seminario a porte chiuse presso il ministero del Tesoro.

Ecco le sue conclusioni: “È oggi di gran moda prendersela con Angela Merkel, Mario Monti, l’euro o le misure di austerità per giustificare la peggior recessione del dopoguerra. Ma, sebbene la violenza della crisi debba molto alle misure di restrizione fiscale, la sua durata così come le difficoltà del Paese a venirne fuori sono l’eredità di un decennio di riforme mancate nel credito, prodotti e mercato del lavoro, che hanno soffocato l’innovazione e la crescita della produttività e hanno avuto come risultato una totale divergenza tra la dinamica dei salari e quella della produttività e della domanda. In un mondo che cambia rapidamente, dove cadono sia le barriere commerciali che quelle di altra natura e i concorrenti hanno accelerato il tasso di innovazione, l’inerzia riformatrice italiana ha provocato un gap che si è drammaticamente amplificato a causa della crisi e che minaccia di avere conseguenze desinate a durare nel tempo”.

La verità, come sempre, è una medicina amara. Ma utile...

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