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FINANZA/ Così la Merkel "inchioda" l’Italia

Il Consiglio europeo in corso non offrirà all’Italia grandi possibilità per la ripresa. Il primo passo, spiega UGO BERTONE, dovrà farlo il nostro Paese con le riforme vere

Enrico Letta e Angela Merkel (Infophoto) Enrico Letta e Angela Merkel (Infophoto)

“Abbiamo grande preoccupazione per la disoccupazione dei giovani in Europa e dobbiamo fare di più”, dichiara Angela Merkel al Bundestag, prima di partire alla volta del Consiglio europeo. Ma nessuno s’illuda che, con queste parole, la Cancelliera voglia allargare i cordoni della borsa verso l’Europa meridionale, la più colpita dal tracollo dell’occupazione under 29. “Crescita e consolidamento - ammonisce - non sono in opposizione. E la Germania lo ha dimostrato: ha dimostrato di poter fare entrambe le cose. E continueremo a farlo nella prossima legislatura”. Il che si può leggere anche così: la ripresa dell’Italia non partirà, né potrà essere favorita più di tanto dall’afflusso di quattrini in arrivo da fuori, ma deve essere innescata da riforme interne. Certo, herr Draghi potrà fare molto per continuare ad assicurare condizioni di credito meno drammatiche per le banche italiane. E qualcosa farà anche per le piccole e medie imprese. Ma il più passa per le riforme che dovete fare voi.

Ha torto o a ragione frau Merkel? Con tutta l’antipatia che può ispirare l’austerità teutonica che tanto ha contribuito alla recessione europea, si deve da ragione alla Cancelliera. Per più ragioni. Ne citiamo un paio.

1) Per approvare, dieci anni fa, il pacchetto Schroeder (riforma sanitaria, del mercato del lavoro, della fiscalità per imprese e individui) la Germania ci mise sette mesi. Da allora c’è stata opera di manutenzione e aggiornamento di alcune regole, ma l’impianto non è stato stravolto, nonostante il cambio di maggioranza. Ogni paragone con l’Italia è assolutamente impietoso. Non solo per i tempi, ma per le modalità: le leggi tedesche, una volta approvate, corrono su binari veloci, ad alta velocità; le poche, striminzite e snaturate riforme italiane finiscono il più delle volte sui binari morti in cui vengono parcheggiate dalla burocrazia centrale o regionale.

2) Sul fronte delle entrate fiscali, nel 2007 il governo di coalizione presieduto da Angela Merkel puntò sull’aumento dell’Iva, che colpisce in egual misura merci di importazione e domestiche, per poter procedere a sgravi per le imprese con l’obiettivo, raggiunto, di rilanciare l’occupazione. Insomma, all’aumento di un’imposta che colpisce i consumi si sono accompagnate misure per rilanciare i redditi. Come è avvenuto anche in Svezia e Danimarca (Iva al 25%) o in Finlandia (Iva al 23%), ove l’aumento dell’imposta ha coinciso con uno sgravio della busta paga L’Italia ha scelto la strada diversa: rinvio dell’Iva, ma a fronte di aumenti di accise e anticipi sulle imposte di Irpef, Ires e Irap a livelli quasi onirici (il 110% di quanto dovuto nel 2014...), creando per giunta l’incubo perfetto per il contribuente, perché gli anticipi coincideranno con la Tares e il puzzle sull’Imu.