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SPILLO/ Così la Chiesa "smonta" l'euro

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Senza nulla conoscere del Concilio Vaticano II e delle encicliche sociali (a partire dalla Rerum Novarum in poi), questa è la stessa impostazione della prima comunità cristiana, quando si decide di scegliere alcuni per servire alle mense: “Non ci conviene lasciar la parola di Dio per servire alle mense. Perciò, fratelli, sceglietevi di mezzo a voi sette uomini di buona riputazione...” (At. 6,17). E lo stesso viene fatto quando si decide di mettere in comune tutti i beni, per sostenere i bisognosi. Ci sono decisioni da prendere, c’è una economia da tener in equilibrio. Ma prima di tutto c’è una comunità e c’è un ideale perseguito e riconosciuto.

Sol da questo può nascere, ragionevolmente, una moneta. E con l’euro, cosa abbiamo fatto? C’era una comunità identificabile? Sì. C’era un ideale conosciuto e riconosciuto? Sì, anche se non troppo chiaramente riconosciuto e affermato. E l’affermazione di questo ideale comportava la cancellazione di identità nazionali e ideali pregressi? No, questo no. E allora perché sono state cancellate le monete nazionali? E perché la gestione dell’euro è stata affidata a una banca centrale irresponsabile per definizione (la Bce non è responsabile delle banche che comunque rappresenta, ma lo sono gli stati)? Perché affidata a una banca centrale inevitabilmente soggetta alle pressioni e alle influenze di un sistema bancario determinato solo a fare profitti?

Il risultato di questa situazione è sotto gli occhi di tutti ed è stato certificato dalla relazione annuale nell’Assemblea dei Partecipanti di Banca d’Italia. Leggiamo dalle Considerazioni finali del Governatore Ignazio Visco: “Il Prodotto interno lordo del 2012 è stato inferiore del 7% a quello del 2007, il reddito disponibile delle famiglie di oltre il 9%, la produzione industriale di un quarto. Le ore lavorate sono state il 5,5% in meno, la riduzione del numero di persone occupate superiore al mezzo milione. Il tasso di disoccupazione, pressoché raddoppiato rispetto al 2007 e pari all’11,5% lo scorso marzo, si è avvicinato al 40% tra i più giovani, ha superato questa percentuale per quelli residenti nel Mezzogiorno”.

Una catastrofe, poiché la moneta, sommo bene sociale, è andata a servire interessi privati. Occorre invece, come detto da Benedetto XVI, ribadire che “lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità” (Caritas in Veritate, n.34).

Nonostante il procedere doloroso di questa crisi devastante, tutto può ripartire se al fondamento dell’agire politico ed economico viene rimesso questo principio di gratuità, perché la realtà tutta, prima di essere da noi plasmata per il bene comune, è prima di tutto data.

In quest’ottica, una moneta che rappresenti prima di tutto i valori di questa realtà, non può essere a debito, ma nasce come un valore socialmente riconosciuto. Un bene per tutti.



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