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IL CASO/ 2. Finmeccanica, Ferrovie, Eni: come scegliere i manager di Stato?

Il diritto al lavoro sancito dalla Costituzione, spiega NICOLO' BOGGIAN, è un diritto alla conservazione di privilegi, calpestato nel caso dei giovani ma ancora forte per dirigenti e managar

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In questi giorni sono comparsi alcuni articoli interessanti sul tema di chi seleziona i manager delle aziende di Stato. In particolare, si critica la scelta di alcune specifiche società esterne invece di altre, discutendo circa la reale indipendenza dei consulenti che operano nel settore. Come professionista in tale ambito, dichiaro subito il mio conflitto d’interesse, ma non rinuncio a dare comunque un’opinione in merito, impegnandomi a mantenere la massima obiettività, per discutere un tema che porta a trattare più generalmente di lavoro.

Andiamo in ordine. Per quanto riguarda la scelta delle società non registro un reale dibattito su quali sono le caratteristiche migliori per svolgere una selezione e su quali siano gli skills desiderabili per svolgere al meglio tale compito. L’abitudine italiana, infatti, è di scegliere chi ha già referenze nel settore e nel migliore dei casi cercare un’alternanza di fornitori, cosa che peraltro mi sembra stia accadendo più frequentemente rispetto al passato. Il tema sarebbe quindi di ragionare veramente e in modo trasparente ed esplicito su cosa qualifica il miglior Head-hunter e su chi siano i più competenti, oltre a voler seriamente capire quando svolgono il loro compito al meglio e quando meno.

Sul tema dell'indipendenza c'è indubbiamente qualche nota dolente. Dalla mia esperienza, chi fa il mestiere dell’Head-hunter è in una posizione abbastanza debole, anche per quanto affermato al punto precedente, e difficilmente può permettersi di imporre ragionamenti o scelte, discostandosi dalle direttive imposte dal proprio “cliente”. Il cliente, nel caso delle aziende pubbliche, dovrebbe essere forse il cittadino, mentre il più delle volte è un manager, un “tecnico” o un politico che vuole meno problemi possibili, tentando al contempo di conservare il suo status.

Per avere quindi una maggiore indipendenza, bisognerebbe dare reale dignità e libertà di azione a un lavoro che, se svolto nelle condizioni migliori, garantisce un grande progresso per le aziende e le amministrazioni, ma se svolto in maniera superficiale o nell’ottica della convenienza, è solo un costo accessorio e una “foglia di fico”.

Nell'esperienza italiana si registra una certa dinamicità nei vertici delle grandi aziende, anche se non essendoci quasi mai obiettivi chiari, è difficile valutare la performance e i risultati al di là di casi eclatanti. I mali reali sono poi le tremende buonuscite pagate indipendentemente dai risultati, una sorveglianza minima sul comportamento dei manager e una certa trasmigrazione continua da società ad altre, come in silos indiscutibili.


COMMENTI
30/06/2013 - A proposito di "pensioni d'oro"... (Giuseppe Crippa)

“La proposta di Fratelli d’Italia è calcolare un tetto, anche per le pensioni in essere, oltre il quale si calcolano i contributi. Se hai versato i contributi, prendi la pensione. Se non li hai versati, la parte che supera il tetto viene tagliata. E con quello che si ricava si potrebbero adeguare le pensioni di invalidità quando non arrivano neanche alla pensione minima. Se questo è incostituzionale e lede diritti acquisiti, cambiamo la Costituzione. Perché mi chiedo, e le chiedo ministro Giovannini, se noi possiamo davvero dichiarare un diritto il fatto che qualcuno in Italia prenda una pensione da 90 mila euro al mese, che non è minimamente figlia dei contributi che ha versato nella propria carriera, a fronte di intere generazioni che una pensione decente non la prenderanno mai e lavoreranno tutta la vita per pagare i privilegi di qualcun altro”. Questo è quanto ha detto alla Camera l’on. Giorgia Meloni al ministro Giovannini nel corso di un “question time” l’8 maggio scorso. Come si può vedere, il buon senso non ha una specifica colorazione politica… ma ovviamente non se ne farà nulla, vero Ministro?