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J’ACCUSE/ Sapelli: Bankitalia "calpesta" la Costituzione (e le banche popolari)

Pubblicazione:domenica 14 luglio 2013

Ignazio Visco (Infophoto) Ignazio Visco (Infophoto)

L’articolo 45 della Costituzione così recita: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. (…)”. Questo principio ha guidato tutto il percorso storico-legislativo e quindi normativo della storia cooperativa italiana dal secondo dopoguerra a oggi. Va ricordato che il sistema cooperativo italiano, che era cresciuto a partire dalla seconda metà dell’Ottocento sotto tutte le fronde dell’economia morale (liberalismo sociale, cattolicesimo sociale, repubblicanesimo, socialismo), era divenuto talmente forte e imponente in Italia che neppure il fascismo riuscì ad annichilirlo e a estirparlo. Chi potesse rileggere quel libro straordinario che Gobetti pubblicò nel 1925 nelle sue edizioni, poco prima di morire, e che aveva un titolo emblematico “La cooperazione operaia in Italia” di Biagio Riguzzi e Romildo Porcari, due dirigenti de Partito del lavoro riformista, rimarrà stupito dalla straordinaria articolazione che esso aveva. E si badi bene che il libro non affrontava i temi della cosiddetta cooperazione non operaia, ossia agricola e di credito, che era un vanto tanto del movimento socialista quanto di quello cattolico e liberalsociale.

Il fascismo, come ben descrive Angelo Tasca nel suo “Nascita e avvento del fascismo in Italia”- il più bel libro sinora scritto su quegli anni cruciali della nostra storia - ne uccise i dirigenti con le sue violenze squadristiche, ne intimorì i soci, ne distrusse alcune parti che più contrastavano col suo blocco sociale agrario - sia grande e piccolo borghese ,- ma ne lasciò intatta la struttura istituzionale, burocratizzandola e in certa qual misura statualizzandola, così da mantenerne quasi intatto il potenziale economico, ma evirandone il potenziale politico morale, che era fondato sulla libertà di coscienza e di associazione. Neppure le banche cooperative cattoliche, tanto forti quanto frammentate, furono eliminate, nonostante i forti contrasti che intercorsero tra il regime e l’Azione Cattolica a partite dal 1931.

Quell’articolo 45 della Costituzione fu voluto dai padri costituenti - si rileggano a questo proposito gli atti di quella fondamentale Assemblea - per ridare al movimento cooperativo tutto la sua dignità di libera associazione economica a proprietà collettiva di piccoli gruppi e a mutualità completa o prevalente, ma pur sempre fondata su quell’autonomia consustanziale al cooperativismo che è la libertà associativa. Quella libertà associativa che in fondo neppure il fascismo aveva potuto e voluto annichilire, consapevole del ruolo sociale che anche in un regime dittatoriale non poteva non svolgere, soprattutto nei momenti di crisi


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