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Economia e Finanza

FINANZA/ 1. Portogallo, un fallimento che può costarci 11 miliardi

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E questo trend pare destinato a proseguire, visto che come ho già detto, le previsioni ufficiali appaiono quantomeno lunari. Per il governo lusitano la crescita del Pil nominale dovrebbe essere del 3,7% nel 2016, mentre anche i calcoli del Fmi - campione di revisioni al ribasso - parlano di crescita dello 0,6% nel 2014, dell’1,5% nel 2015, dell’1,8% nel 2016 e in un range medio del 2% dal 2017 al 2030. Anche il deflattore dovrebbe crescere dell’1,3% nel 2014, dell’1,1% nel 2015, dell’1,7% nel 2016 e in un range attorno al 2% dal 2017 al 2030. Se in base a questi numeri la sostenibilità del debito e quindi la solvibilità del Paese è garantita da un avanzo primario basso, con una più realistica proiezione di crescita nominale media del 2,5% e di tassi di interesse impliciti del 4,5%, per stabilizzare il debito Lisbona dovrebbe vantare un avanzo primario pari al 3% circa del Pil nominale. Storicamente, ovvero dal 1977 al 2012, il Portogallo invece ha dovuto fare i conti con un deficit primario medio dell’1,15% del Pil, un trend che ci fa capire cosa sia politicamente, ma soprattutto socialmente, accettabile dal Paese e dai suoi cittadini.

Bene, in base allo scenario ufficiale - quello irrealistico - il bilancio primario del Portogallo dovrebbe migliorare il suo valore storico medio dell’1%, uno sforzo che forse i cittadini già torchiati potrebbero accettare. Ma quando si prendono in esame dati più realistici, ecco che quell’1% si trasforma nel 4%: avete idea di quale macelleria sociale imporrebbe tenere fede a un trend simile? Tanto più che, a conti fatti in base ai dati reali emersi in questi giorni, per garantirsi condizioni intertemporali di solvibilità, senza vendere assets per il resto di quest’anno, il Portogallo dovrebbe avere un avanzo primario del 5,1% del Pil, mentre è atteso un deficit primario dell’1,8%. Tanto più che quel deflattore, ovvero la vendita di assets e uso di riserve per una valore par al 7% del Pil nominale, è già stato messo in campo e non consente un utilizzo strutturale o di lunga durata: il governo pensava che con quella mossa avrebbe portato la ratio debito/Pil dal 123,6% del 2012 al 122,9% di quest’anno. Peccato che inizio luglio, quando il ministro Vitor Gaspar aveva già abbandonato il dicastero, il ministero delle Finanze lusitano abbia dovuto annunciare una revisione al rialzo per le previsioni di quest’anno, dal 122,9% al 123,3% e per il 2014, al 123,7%.

Insomma, nonostante tutto, le cose stanno ancora peggiorando. Per questo, cari amici, il Portogallo dovrà ristrutturare il suo debito. Anche perché i livelli di debito pubblico e privato lasciano il Paese pesantemente vulnerabile al rischio di deflazione: il Pil nominale è crollato negli ultimi due anni e questo ha spinto il debito estero verso il record del 230% del Pil. Unica nota positiva, l’export che è cresciuto del 5% nell’ultimo anno, con America Latina, Africa e Cina che hanno pareggiato il bassissimo livello delle esportazioni interne all’eurozona. Nonostante questo, il Fmi nel suo ultimo outlook sul Paese ha definito il quadro del debito molto fragile, con un credit crunch che continua a mietere vittime tra le piccole imprese: uno shock esterno di qualsiasi tipo potrebbe rivelarsi fatale. Di più, le liabilities contingenti rischiano di aumentare la ratio debito/Pil di un altro 15%, mentre uno shock sui dati di crescita peserebbe per un ulteriore 7%: il possibile combinato disposto di queste ipotesi, porterebbero il debito a livelli non più sostenibili. Inoltre, questo report è stato scritto dai funzionari del Fmi prima della crisi politica e prima che la Fed, con i suoi stop-and-go sulla durata del programma di stimolo, spedisse i rendimenti obbligazionari a livello globale su di oltre 70 punti base. Un qualcosa che rende sempre più credibile e possibile lo scenario di shock ipotizzato.

E spread a parte, un default portoghese avrebbe immediate e devastanti conseguenze sul sistema bancario - già di per sé tutt’altro che sano - della Spagna, visto che gli istituti iberici hanno un’esposizione superiore a 100 miliardi di euro verso Lisbona, attraverso prestiti, con il gigante Santander prima della lista dei creditori a rischio. Ma che qualcosa stia già andando fuori controllo nel sistema bancario spagnolo lo conferma l’incredibile richiesta che i manager degli istituti hanno avanzato al governo, ponendo in essere la più imponente e spudorata operazione di lobbying mai vista per ottenere il consenso a tramutare le attività per imposte anticipate (DTAs) in capitale utilizzabile per centrare gli obiettivi richiesti da Basilea III. In parole povere, gli istituti iberici pensano che capitalizzare perdite storiche garantisca loro una riserva di capitale fungibile contro perdite future. Follia allo stato puro, ma è tutto vero, certificato da Reuters. E l’operazione non sarebbe da poco, visto che riguarderebbe più dei due terzi dei 50 miliardi di euro di attività per imposte anticipate, destinati nei loro desideri a tramutarsi in un pari ammontare di credito d’imposta garantito dalla Stato al fine di migliorare le loro ratio di capitale.