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FINANZA/ Banche sotto assedio per far "saltare" l'Italia

Pubblicazione:giovedì 18 luglio 2013

Giorgio Napolitano e Mario Draghi (Infophoto) Giorgio Napolitano e Mario Draghi (Infophoto)

Ci stiamo rapidamente avvicinando al primo anniversario del discorso tenuto da Mario Draghi durante una conferenza a Londra (26 luglio 2012), quando il governatore della Bce affermò in maniera netta che avrebbe fatto tutto quanto necessario per salvare l'euro. Quella dichiarazione ha segnato il picco dei premi al rischio sui mercati dei titoli di Stato dell'area euro e il momento di massima frenesia nell'acquisto di titoli sovrani di alta qualità, considerati un "porto sicuro" dall'esterno dell'eurozona. Da allora, i titoli sovrani periferici hanno offerto agli investitori rendimenti complessivi rilevanti.

L'indice total return dei governativi spagnoli è in rialzo del 19% e l'indice italiano equivalente è in rialzo del 16%, nonostante i continui timori riguardo la solidità dell'economia in Spagna e della situazione politica in Italia. Il problema, esattamente come per il famoso "taper" della Fed, ora diviene però sostanziale: potrà davvero Draghi fare di tutto in caso ci sia bisogno nuovamente di salvare l'euro? Viene davvero da chiederselo. E non tanto per la ricorrenza ormai alle porte, ma perché qualcosa bolle in pentola, lo sanno sui mercati, lo sanno al Tesoro italiano, lo sanno e le temono le nostre banche.

Agosto, con i suoi bassi volumi e le ancora più basse difesa della politica, appare il mese della grande paura. Insomma, siamo di fronte a un deja vu dell'estate 2011, quando l'instabilità politica italiana unita alla decisione di Deutsche Bank di scaricare 8 miliardi di debito italiano coprendosi con credit default swaps spedì il nostro spread alle stelle e ci consegnò in tre mesi un nuovo governo? Forse. Ma questa volta la strategia per destabilizzare il nostro Paese appare più sottile e quindi più subdola, anche se il bersaglio appare il medesimo: colpire le banche per colpire i nostri titoli di Stato.

Proprio come due anni fa, i prodromi di questa ipotesi di assalto cominciano prima dell'estate, esattamente il 22 maggio, quando ospite di una conferenza in Francia, il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, lanciò l'ennesimo siluro contro la gestione Draghi della Bce. “Le nazioni devono rispettare le regole dell'unione monetaria e chiedere alla Bce di calmare i mercati crea un'Europa debole. Non può essere la Banca centrale a risolvere la crisi dell'eurozona”, disse, prima di aggiungere: “Nell'area euro devono essere possibili insolvenze di Stati”. A quel punto, gli economisti presenti al convegno di Aix-en-Provence, cominciarono a guardarsi negli occhi, turbati. Weidmann era un fiume in piena: “La politica monetaria ha già fatto molto per assorbire le conseguenze economiche della crisi, ora servono riforme strutturali. Oltre a regole più stringenti, dobbiamo assicurarci che in un sistema di controllo e responsabilità nazionale, un default sovrano sia possibile senza che questo faccia crollare il sistema finanziario”. Poi, il finale, rossiniano e decisamente dal sapore di attacco diretto a Italia e Spagna: “Esiste un collegamento troppo stretto tra banche e governi, gli istituti europei detengono troppi titoli di Stato governativi. Questo accade perché le banche non devono accantonare capitale come assicurazione sulle loro detenzioni di debito, visto che il livello di rischio assegnato alle obbligazioni sovrane è zero. Occorre cambiare le regolamentazioni di capitale, affinché tengano conto del rischio e dei livelli di esposizione. Solo così le banche europee potranno reggere le ripercussioni di un default sovrano”.


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