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LIGRESTI, TRONCHETTI, ECC./ L’Italia senza capitali perde anche il capitalismo

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Insomma, emerge un quadro in lenta evoluzione, distinto più da ombre che da luci. Il capitalismo italiano paga gli errori commessi nel momento cruciale dell’apertura delle frontiere comunitarie. Allora si sono realizzati consolidamenti importanti in sede comunitaria, che hanno visto tutte le grandi imprese e le grandi realtà finanziarie cercare nuovi posizionamenti sul mercato. Ci volevano capacità finanziarie, manageriali e tecnologiche che, ahimè, il capitalismo nostrano non ha avuto. In assenza di poli integratori, è venuto meno il player in grado di accogliere le imprese del fashion (vedi Loro Piana) alla ricerca di piattaforme finanziarie e di marketing in grado di sostenerle in una penetrazione mondiale.

Ha contribuito ad accrescere questo gap la resistenza del modello del capitalismo familiare e l’ostilità, interessata, ad applicare in casa propria modelli di governance e di vigilanza contro i conflitti di interesse che distinguono un capitalismo maturo da una logica faccendiera. È facile oggi mettere alla berlina il “modello Ligresti”. Ma l’uso disinvolto di società quotate a vantaggio dell’arricchimento familiare non è un’esclusiva dell’Ingegnere di Paternò. E non è certo piovuta dal cielo. Quanti professori della Bocconi hanno firmato senza alcun scrupolo disinvolte perizie per conto del gruppo Ligresti in questi anni? Il sistema non è stato in grado di sviluppare anticorpi sufficienti.

Al di là delle buone intenzioni, non si è certo esaurita la fase dei patti di sindacato, delle catene lunghe di comando e di tutto quanto serve a garantire la mutua assistenza piuttosto che il confronto sul mercato. È questa la trama che accomuna vicende annose come quella di Rcs o i machiavellismi che hanno segnato la soluzione del contenzioso Malacalza-Tronchetti Provera. Per non parlare degli equilibri tesi alla conservazione nel mondo bancario, oggi finalmente scossi dalla caduta del muro del 4% per i soci di Mps esclusa la Fondazione.

La sensazione è che si continui a spendere un patrimonio di energie e di mezzi finanziari per la conservazione di un potere che va evaporando con grande velocità senza dare il dovuto spazio alla discontinuità negli assetti e nelle scelte.

L’unica speranza di ripresa passa dalla liberazione di animal spirits schumpeteriani, capaci di imporre innovazioni ed economia della conoscenza, materie che non trovano eco in un dibattito politico (ma anche imprenditoriale) in cui si pensa ai contratti liberi da regole per l’Expo, ma non a investimenti nella formazione che rendano possibile una traiettoria alta nell’economia della conoscenza. Così l’Italia si impoverisce. E chi può, le reti le va a cercare altrove.



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