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DATAGATE/ 1. Usa-Ue, quella "spallata" alla Cina che non conviene fermare

Pubblicazione:martedì 2 luglio 2013

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In sintesi, l’accordo commerciale Usa-Ue è potenzialmente interessante, ma affinché possa veramente portare vantaggi considerevoli occorre che si metta mano allo spinoso tema delle barriere non tariffarie, il che renderà la fase di negoziazione delicata e laboriosa.

Chi ci perde - In genere quando due paesi liberalizzano gli scambi si verificano due effetti: da una parte il livello del commercio tra i paesi che liberalizzano aumenta (questo è l’aumento degli scambi descritto sopra e in gergo è chiamato trade creation), dall’altra diminuisce il commercio che gli stessi avevano nei confronti del resto del mondo (trade diversion). Dunque potenzialmente la liberalizzazione commerciale tra Usa e Ue potrebbe danneggiare tutti gli altri paesi che non sono coinvolti nel processo di liberalizzazione. In realtà, per molti paesi, in particolare per quelli in via di sviluppo, non cambierà pressoché nulla, perché essi producono ed esportano beni diversi (generalmente caratterizzati da una inferiore complessità e intensità tecnologica) da quelli prodotti da Stati Uniti ed Europa. Chi invece potrà essere penalizzato sono i paesi emergenti come la Cina o avanzati come Giappone e Corea, che producono beni a elevato valore aggiunto potenzialmente in concorrenza con i prodotti europei o americani.

C’è tuttavia un altro perdente in questo accordo che nessuno cita: la Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio). Il tentativo che stanno facendo Stati Uniti ed Europa non è infatti isolato nel panorama internazionale. Negli ultimi anni tanti paesi hanno avviato processi di liberalizzazione commerciale su base bilaterale. Il motivo è da ricercare nel fatto che le negoziazioni nell’ambito Wto che sono su base multilaterale (ovvero tutti i paesi si accordano per una progressiva complessiva liberalizzazione degli scambi) sono di fatto bloccate dal 2003 e ogni anno si registra un’ulteriore dilazione.

Il possibile accordo commerciale tra Usa e Ue è dunque figlio del fallimento della Wto, nel senso che se realmente essa avesse portato a termine i suoi compiti, non ci sarebbe stato bisogno per Stati Uniti ed Europa, né per gli altri paesi, di avviare processi di liberalizzazione su scala più ridotta.

Dall’inizio di maggio la Wto ha un nuovo direttore generale, il brasiliano Roberto de Azevedo. A lui spetta un compito arduo, riuscire a sbloccare lo stallo dei negoziati che si protrae oramai da più di 10 anni e ridare così credibilità a un’istituzione su cui erano state riversate molte aspettative che sinora sono rimaste disattese.



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