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FINANZA/ I numeri dei Brics fanno tremare banche e mercati

Pubblicazione:martedì 2 luglio 2013

I Capi di Stato dei Brics (Infophoto) I Capi di Stato dei Brics (Infophoto)

Il Brasile, cui ho dedicato un articolo ad hoc due settimane fa, mostra chiari segni di stagflazione, inchiodato com’è nella classica “trappola del reddito medio”. La Russia non appare ancora in crisi, la crescita è però all’1,6% nel primo trimestre di quest’anno dall’1,8% dell’ultimo del 2012, un dato superiore alla media dal 2003 al 2012 dell’1,13%, Il settore manifatturiero vanta un aumento dell’1,2% rispetto lo scorso anno, ma l’eccessiva dipendenza da petrolio e gas in un mondo fermo, con crescita diminuita e in alcuni casi a zero, senza contare il nuovo business dello shale gas, rischiano di tramutare l’Orso nell’ennesimo ferito grave di questa contrazione. Con il 12% di output mondiale di petrolio, il 18% di gas naturale e il 20% di nickel, la Russia è la classica nazione comodities-driven, visto che il settore energetico pesa per il 25% del Pil, il 65% dell’export totale e per il 30% delle entrate nel budget governativo.

Per Albert Edwards, il nuovo acronimo dovrebbe vedere sparire la S di Sud Africa e si tramuterebbe in una formula al negativo: Bloody Ridiculos Investment Concept. La stessa India, infatti, ha sì sposato il libero mercato, ma soffre di gravi crisi energetiche che si sostanziano in continui blackout, ha un deficit di conto corrente del 6,7% sul Pil e un deficit di budget centrale e locale ormai prossimo al 10% del Pil. E nonostante una qualche stabilizzazione occorsa negli ultimi giorni, grazie anche ad alcuni dati macro e all’intervento della Banca centrale, la rupia è sotto forte pressione, dovuta a fattori esterni ma anche interni. Primo, l’India importa in termini di valore più di quanto esporta, quindi viaggia in regime di deficit commerciale, salito alla fine dell’anno finanziario a 185 miliardi di dollari, dai 160 previsti. Secondo, la riduzione dell’inflow di capitali esteri. Terzo, il deficit di conto corrente troppo alto. Quarto, la pressione svalutativa innescata da questo quadro d’insieme, con sempre più vendite di rupie per acquistare dollari. Quinto, bassa crescita, 6,5% contro il 9% del 2009-2010 e inflazione che si aggira ormai in doppia cifra in termini reali.

C’è poi la Cina, in piena crisi di liquidità del sistema bancario e con la Banca centrale impegnata più in annunci che in interventi reali. Con la crescita del credito salita da 9 a 23 trilioni di dollari in quattro anni, appare chiaro che l’incertezza innescata dalla Fed e il rischio di un shock sul dollaro, cui lo yuan è legato da peg, potrebbero accelerare una crisi che appare di giorno in giorno più profonda. E anche i 3,4 trilioni di dollari di riserve potrebbero risultare un bazooka scarico, visto che potrebbero sì essere utilizzati per ricapitalizzare il sistema bancario ma per essere messi in circolo dovrebbero essere riconvertiti da dollari a yuan, provocando un apprezzamento della valuta che rafforzerebbe lo shock. Le Borse locali, d’altronde, stanno già prezzando questa nuova realtà. Shanghai è a -70% dai picchi del 2008 in termini reali.

Anche perché il nervo scoperto è il sistema bancario. A fine marzo di quest’anno, le sofferenze degli istituti, tra cui giganti come la Industrial & Commercial Bank of China, sono aumentate per il sesto trimestre di fila, il peggior dato da nove anni a questa parte: siamo a quota 20%, circa 86 miliardi di dollari e lo 0,96% del totale. Certo, il dato appare rassicurante, ma non lo è, visto che questa cifra non riflette il vero ammontare del debito, mascherato dallo spostamento fuori bilancio dei prestiti. Alcuni vengono re-impacchettati e venduti come prodotti di gestione del risparmio a clientela retail, mentre altri vengono venduti a istituzioni non bancarie, come i trust. Ma con la crisi che avanza, si comprano meno quegli strumenti e il prestito a rischio resta in pancia alla banca, ancorché off-balance. Inoltre, le sofferenze ufficiali oggi potrebbero crescere di molto, vista la sempre maggior difficoltà di cittadini e imprese a rifinanziare i prestiti. Il tutto, all’ombra di un vulcano pronto a esplodere, il sistema bancario ombra - ormai pari al 200% del Pil cinese per Moody’s, mentre JP Morgan Chase lo valuta al 69%, per un controvalore del 36 trilioni di yuan - visto che stando a dati della Citic Securities, il 97% della piccole e medie imprese cinesi non ha più accesso al credito bancario e i risparmiatori cercano profitti maggiori.


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