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IL CASO/ 1. I "capricci" di Germania e Francia mettono in pericolo l’Ue

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Quanto alla risoluzione delle crisi degli istituti di credito, un Consiglio Ecofin di gennaio ha trovato un sostanziale accordo su una scala a scendere di “vittime” predestinate nella ristrutturazione ed eventuale liquidazione della banca, partendo dagli azionisti e chiudendo con i correntisti sopra la soglia della garanzia europea (centomila euro). Un fondo alimentato dalle stesse banche della zona euro , stimato in 60/70 miliardi, è stato posto al servizio di queste ristrutturazioni continentali.

Qual è il problema per la Germania? Che tale fondo sarà alimentato in maggior misura dalle banche con maggiori attività a rischio. Le banche con maggiori depositi, il cui modello è più distante dalla merchant bank, pagheranno meno. Istituti come Deutsche Bank e Commerzbank hanno depositi rispettivamente corrispondenti al 28% e al 36 % degli attivi, banche come Santander, Unicredit, Bbva , Intesanpaolo, fondano i loro bilanci su raccolte che coprono ben oltre il 50% degli attivi. La Germania non vuole sia la Commissione ad avere l’ultima parola nella gestione di un fondo che sarà presumibilmente alimentato da più soldi tedeschi e destinato, con buona probabilità in futuro, alle banche tedesche.

Quest’ultima puntata del solito muscolare contrasto tra interessi nazionali in Europa e un autentico interesse europeo che la Commissione potrebbe meglio interpretare, non fosse altro perché unica istituzione sottoposta al controllo democratico del Parlamento europeo, si è intrecciata con la furiosa polemica ingaggiata dal presidente Hollande contro la stessa Commissione, rea di avere, nell’ambito delle sue competenze, durante il semestre europeo, osato chiedere alla Francia la riforma del suo sistema pensionistico. La Francia aveva infatti, solo poco tempo fa, varato una (contro)riforma previdenziale introducente criteri meno stringenti sui requisiti per l’età di pensionamento. L’assunto del governo francese è che queste siano decisioni nazionali. Ma è veramente così?

Nell’attuale stato della governance europea, la Commissione e in generale le istituzioni europee, detengono possenti strumenti di controllo sui saldi di bilancio degli Stati, presidiati da poteri sanzionatori in caso di deviazione dalle raccomandazioni della Commissione (l’ultimo stadio di questa marcia verso il consolidamento fiscale è costituto dal cosiddetto Fiscal Compact). Un potere decisamente più affievolito la Commissione lo ha invece sui Piani nazionali di riforma che gli stati devono presentare a Bruxelles includenti le loro linee guida in tema di riforme strutturali, microeconomiche e del mercato del lavoro. Qui le pressioni sono di natura più politica che giuridica, si parla in effetti di soft power esercitato dagli organi Ue nell’ambito del cosiddetto open method of coordination dei governi. E tuttavia è altrettanto evidente che la competitività di un Paese è questione che riguarda l’euro non meno dei bilanci di uno Stato aderente alla moneta unica. Un Paese che non cresce (ne sappiamo qualcosa) non è in grado di sostenere il suo debito, il quale è lungi dall’essere una variabile indipendente su cui agire. Ci piaccia o no, avendo accettato una moneta unica, viviamo in un sistema di vasi comunicanti in cui sarà ineluttabile cedere decisivi pezzi di sovranità.


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