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SPILLO/ Fitch, Moody’s e S&P’s: così l’Europa può "abbattere" le sorelle del rating

Pubblicazione:lunedì 22 luglio 2013

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A cosa servono le agenzie di rating se i mercati sembrano “impiparsene” delle loro classificazioni? Il 10 luglio Standard & Poor’s ha abbassato da BBB+ a BBB la valutazione dei titoli di Stato italiani. Si è temuto un forte trambusto sia in Borsa che sul mercato secondario dell’obbligazionario. Alcuni alti e bassi si sono avuti, ma sono stati, correttamente, attribuiti ad altre determinanti (il quadro politico interno, le difficoltà di alcune grandi imprese, le vicende del Monte dei Paschi di Siena), anche e soprattutto perché non si è verificato il deprezzamento della valorizzazione dei titoli di Stato (al contrario rimasti abbastanza stabili nel contesto dell’obbligazionario). Il 12 luglio, i titoli di Stato francesi sono stati riclassificati da Fitch da AAA a AA+, un downgrade di forte valore simbolico se si pensa all’orgoglio gallico e al senso di grandeur che contraddistingue i nostri cugini d’Oltralpe. È vero che sia Moody’s che Standard & Poor’s avevano già portato ad AA+ il rating del debito pubblico francese e che, quindi, la riclassificazione, al ribasso, di Fitch era, sotto molti punti di vista, scontata.

Pochi mesi prima il downgrading dei titoli di debito pubblico della Gran Bretagna non ha creato forti tensioni. E nell’agosto 2011 quello dei titoli di Stato americani parve un evento epocale: tutto si risolse in pochi giorni, con una riduzione dei rendimenti (non della valorizzazione del capitale) dei buoni del Tesoro Usa. Chi, nell’aspettativa di revisioni (al ribasso) delle classificazioni, ha venduto obbligazioni con tassi indicizzati ai prezzi per comprarne, invece, con rendimenti connessi a indici di volatilità, oggi deve concludere di non avere fatto un buon affare.

Molti economisti sostengono, da tempo, che mentre le agenzie hanno competenze specifiche (e un vantaggio comparato) nelle valutazioni aziendali e, quindi, nell’espressione di giudizi sui corporate bonds emessi da imprese, è difficile che ne sappiano più dei mercati in materia di affidabilità del debito sovrano (i cui dati sono noti a tutti, specialmente nei paesi avanzati a economia di mercato). Le agenzie si difendono dall’accusa di irrilevanza. Moody’s ha pubblicato uno studio da cui si evince che gli Stati “insolventi” sul proprio debito sovrano (in gran misura, paesi in via di sviluppo), almeno 12 mesi dalla dichiarazione d’insolvenza, avevano emesso titoli che l’agenzia aveva giudicato “speculativi”. Un nesso analogo viene individuato in un lavoro di Standard & Poor’s: il 7,5% dei titoli classificati BBB (ossia come quelli del Tesoro italiano) sono stati “insolventi” entro dieci anni; la percentuale raggiunge il 15,1% per quelli classificati BB, 32% per quelli classificati B e ben 95% per quelli classificati CC o C (con l’eccezione della Grecia, che non è però ancora giunta all’insolvenza). Nessun titolo di Stato classificato AA o anche soltanto A si è rivelato fasullo, ossia insolvente, entro dieci anni dalla formulazione del giudizio.


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