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CONSERVATORI/ L’assedio a Draghi fa "esultare" i poteri forti (dei mercati)

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Agli assedianti che mettono in pericolo l’euro, bisogna aggiungere imprenditori e sindacati. Uno degli argomenti classici di chi sostiene che gli stati possono anche fallire senza far crollare l’intero sistema è il paragone con gli Stati Uniti d’America, di estrema attualità con la bancarotta di Detroit. L’obiezione riguarda l’esistenza di una banca centrale con poteri più estesi rispetto alla Bce e una politica fiscale unica a livello federale. Solo in parte sono argomenti calzanti. La Fed non salva i singoli stati i quali, in seguito a emendamenti costituzionali approvati nella prima metà dell’800, sono per lo più tenuti a pareggiare annualmente i bilanci. I trasferimenti agli agricoltori o alle regioni aride del Far West, o la miriade di altri sostegni alle aree depresse, non sono chiaramente sufficienti. La vera differenza è il mercato del lavoro. Dagli stati in crisi la gente si trasferisce verso stati dove trova una nuova occupazione e migliore tenore di vita.

Nell’Unione europea non è possibile, si dice per ragioni storiche, culturali, linguistiche, in realtà perché non c’è un mercato del lavoro unico e nessuno lo sta edificando. Nel secondo dopoguerra nessuna barriera ha bloccato milioni di italiani, spagnoli, portoghesi migranti verso Germania, Belgio, Francia. Allora il mercato del lavoro s’era aperto per stato di necessità dal lato della domanda e dell’offerta, in modo sia pur distorto e diseguale.

La moneta senza sovrano, dunque, è una moneta senza una vera unione economica. E la crisi, al contrario delle speranze degli europeisti alla Ciampi o alla Padoa Schioppa, non ha affatto favorito il cambiamento. Al contrario, sta prevalendo la conservazione che rischia di mettere in seria difficoltà un innovatore come Draghi. A questo punto, non gli basterà dire altre paroline per invertire l’onda che sta montando sotto la calma apparente dello spread o dei mercati i quali accumulano grandi guadagni con i titoli azionari e per ora hanno lasciato perdere i bond sovrani.

È arrivato, dunque, il momento di riportare la politica al primo posto. E affrontare pubblicamente, in modo aperto, gli ostacoli sulla via dell’Europa.



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