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Economia e Finanza

FINANZA/ La speculazione prepara l’attacco alla Spagna (e all'Italia?)

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Come vi dicevo martedì nel mio articolo, in questo periodo dai governi dei paesi periferici più in crisi ed esposti arrivano e continueranno ad arrivare soltanto secchiate di ottimismo. Dell’altro giorno è il rialzo quasi al 2% dell’indice spagnolo Ibex dopo che la Banca di Spagna in un suo report ha annunciato che l’economia nel secondo trimestre di quest’anno si sarebbe contratta solo dello 0,1% stando alle stime, il risultato migliore dalla fine del 2011. Il 30 luglio verrà diffuso il dato ufficiale sul Pil, ma l’entusiasmo sembra aver contagiato molti spagnoli, dopo che nel quarto trimestre del 2012 l’economia si è contratta dello 0,8% e nel primo di quest’anno dello 0,5%. Oggi, poi, verrà diffuso anche il dato sulla disoccupazione che gli analisti si attendono un calo al 26,7% dal 27,2% del primo trimestre. Inoltre, il gestore di telefonia Telefonica starebbe per comprare il ramo mobile dell’olandese Kpn per 5 miliardi di euro, sintomo per qualcuno che anche l’attività del settore corporate iberico stia tornando.

Ma c’è anche chi questo ottimismo arriva a capirlo, ma non lo condivide. È il caso di Ben May, capo economista per l’Europa di Capital Economics, a detta del quale «quest’anno l’economia spagnola si contrarrà dell’1,7% ma la crescita del Pil dello 0,3% nel 2014 mi pare pressoché irrealistica, vista anche la natura del miglioramento in atto, quasi esclusivamente legata all’export. Ci aspettiamo debole domanda delle principali destinazioni di esportazioni spagnole nei trimestri a venire e il combinato di squeeze fiscale, crollo del mercato immobiliare e deleveraging del settore privato continueranno, portando a un’ulteriore e netta contrazione della domanda interna». C’è poi la questione politica, guarda caso al centro dell’analisi di Deutsche Bank attraverso i suoi economisti Gilles Moec e Mark Wall: «La stabilità politica è in questione in parecchi paesi periferici contemporaneamente in questo momento, in Spagna come in Portogallo come in Italia. Il rischio è che queste dispute sottraggano energie e attenzione ai necessari aggiustamenti economici». Per gli analisti di Barclays, invece, «le dimissioni di Rajoy avrebbero un risultato incalcolabile sull’intera eurozona. I mercati, infatti, non si attendono né l’abbandono del primo ministro, né la caduta del governo, ma, proprio per questo, se questo dovesse accadere, l’impatto di questo scenario sarebbe molto pesante e difficile da stimare».

Insomma, qualunque sarà l’epilogo, c’è il forte rischio che la crisi politica spagnola si riverberi a livello economico e finanziario su tutta l’Europa. O, quantomeno, sui paesi periferici più vulnerabili a scossoni simili. E se nel 2011 l’attacco all’Italia fu innescato da Deutsche Bank e dalla sua scelta di scaricare in blocco 8 miliardi di debito pubblico italiano, anche la Spagna di oggi ha il suo tallone d’Achille. Coperta dalla messe di ottimismo, infatti, è passata sotto silenzio una notizia decisamente grave: ovvero, per la seconda volta in un mese, lunedì scorso, il governo spagnolo è stato costretto a prendere in prestito soldi dal Fondo per la sicurezza sociale per pagare le pensioni, le quali in Spagna durante l’estate hanno dei pagamenti extra. Significa la quasi potenziale insolvenza, visto che il costo per pagare pensioni e sussidi di disoccupazione sempre crescente sta prosciugando le casse statali.