BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

TASSE/ Quel grafico che ci fa sentire tutti un po' Fassina

Pubblicazione:sabato 27 luglio 2013

Stefano Fassina (Infophoto) Stefano Fassina (Infophoto)

Fassina non lo sa, mettiamola così. No, non lo sa dove porti quella sua voce dal sen fuggita. Porta dove lui non si aspetterebbe mai: a Marx, prima di tutto. Il vecchio critico dell’economia politica - perché questo è Marx e questo abbiamo imparato leggendo “Zur Kritik der Politische Oekonomie”, a cominciare dalla geniale “Vorwort”, del 1859 - aveva capito già molto: le tasse alte ammazzano l’economia capitalistica e, come tali, devono essere riconsiderate alla luce non della macchina leviatanica dello Stato, ma del dinamismo del modo di produzione (Produktionsweise) capitalistico. Questo è il punto, cari apologeti della scissione dell’anima: non si può essere, da un lato, globalisti, e dall’altro, fiscalisti. Bisogna scegliere: se vuoi la macchina leviatanica a briglia sciolta, scordati la concorrenza tra i sistemi di produzione, di commercio internazionale e di fiscalità. Senza mettere in concorrenza questi ultimi, si fa poca strada e, con stati bulimici e obesi, si finisce al bordo della strada, sfiatati e senza speranze. Tradotto: l’Italia di oggi.

Il capitalismo, come “modo di produzione”, è quella modalità di produrre e riprodurre forza produttiva, capitale cognitivo e ricchezza attraverso le sue stesse contraddizioni; se tu esci fuori dalla contesa e crei l’oasi del parassitismo e del magna-magna elevato a sistema di comando e controllo delle libertà (al plurale) dei cittadini - e parlo del solito arcinoto Leviatano - spacchi tutto e ti incarti.

Non basta. Un certo Arthur Laffer, docente alla California University, durante la prima fase del reaganismo (che Dio lo benedica sempre), aveva messo giù uno schizzetto, narra la leggenda metropolitana o meno, non saprei dire, su un tovagliolo di carta in un ristorante, e l’altro commensale era Reagan. Allora, funziona così: nelle ascisse è indicato il gettito fiscale previsto, nelle ordinate il gettito fiscale imposto. Bene, oltre una certa soglia, non vale più la pena lavorare, e il popolo lavoratore - quello che popolava l’immaginario politico della sinistra, per intendersi - molla tutto e si ritira, in buon ordine o meno, ma si ritira. Non vale più la pena lavorare. Se tu, Stato, ti pappi due terzi dei miei guadagni e pretendi da me fedeltà assoluta, io non ti abbatto, primo perché non ce la faccio, da solo, secondo, perché nei tuoi tribunali, mi farebbero a pezzi e, con me, una decina di generazioni provenienti dal mio ceppo natale, ma questo bisognerebbe fare.

Tutto qua: gli italiani, tutti, comunisti, berlusconiani, onesti e meno onesti, cattolici e non, tutti, la pensano così. I comunisti non lo dicono, non fa fino e somiglia troppo a quel certo Citizin Berlusconi, che io voglio morto, allora silenzio tombale. Ma questo penso. E Fassina - con voce dal sen fuggita - si fa scappare anche questo intrigante e intrigato sentire. È come la telefonata dell’amante: dai, bella, su non insistere, stasera non posso. Però, intanto, ci pensi, eccome. Uguale.

Avete capito, no? È una questione di libertà. Non c’entra l’ideologia, sta tutto dentro la scorzosa realtà. Noi non abbiamo oggi soltanto il 55% di gettito fiscale, perché tra tassazione diretta e indiretta, Iva, e imposte locali, arriviamo tranquillamente al 70%: grazie Laffer! Noi siamo il Paese in cui si paga il canone Rai e si tollera questa fetenzia come divinazione del sublime Leviatano, mentre in Europa si affollano i pensieri dei vari esperti in diritto europeo - si badi, stiamo parlando della vacca sacra: l’Europa! - che stanno giungendo alla conclusione che trattasi di aiuti di stato, null’altro, un piano Marshall alla rovescia: tolgo al popolo per ingrassare il già obeso Stato. Ecco la contabilità dei morti sul campo. Tutto qua. Basta osservare, zero ideologie.


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >