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FINANZA/ Italia nel mirino “grazie” a Mps

Pubblicazione:martedì 30 luglio 2013

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Guarda un po’ le combinazioni, a volte. Un paio di settimane fa ho scritto un articolo, sostanzialmente avvalorando la tesi in base alla quale se qualcuno avesse interesse ad attaccare l’Italia durante l’estate, il campo migliore su cui agire sarebbe stato quello bancario, stante il livello di sofferenze ormai alla soglia critica del 9% e con 370 miliardi di titoli di Stato italiani nei bilanci degli istituti del Bel Paese. Sul finale, poi, adombravo un dubbio: non sarà che il cavallo di Troia potrebbe rivelarsi Monte dei Paschi e quei 4 miliardi e rotti di Monti bond su cui la Commissione Ue, stranamente, non si è ancora espressa? Detto fatto, ieri abbiamo scoperto che per Bruxelles il piano di ristrutturazione di Mps è «troppo morbido sul fronte dei compensi dei manager, del taglio dei costi e del trattamento dei creditori» e senza modifiche «urgenti» il Commissario alla concorrenza, Joaquin Almunia, aprirà una procedura di infrazione della durata di sei mesi che potrebbe portare a sanzioni o al rimborso forzato dei 3,9 miliardi di Monti bond. Ovvero, al default dell’istituto o alla sua cannibalizzazione da parte di investitori esteri.

Lo scriveva il solito, ineffabile Financial Times, dando notizia di una lettera di Almunia al ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, datata 16 luglio. Guarda caso, quindi, la missiva risale a due giorni prima dell’assemblea dell’istituto senese che ha tolto il tetto del 4% per il diritto di voto dei soci privati. Il Commissario, chiamato a valutare se i Monti bond concessi da Roma siano in linea con le regole europee per gli aiuti di Stato, scrive - secondo il quotidiano della City - che «per consentire alla banca di ristabilire la fattibilità, l’attuale piano deve ancora essere migliorato».

Ora, che Mps sia una banca problematica è noto da tempo e non serviva Almunia per scoprirlo, che in passato siano stati compiuti errori è innegabile (contratti derivati e acquisizione di Antonveneta su tutti), il problema è che verrebbe da chiedere dove fosse l’integerrimo Commissario alla concorrenza o lo stesso Financial Times quando la Germania salvava Commerzbank con soldi di Stato, o quando Dexia veniva salvata con aiuti pubblici o quando ancora l’Ue salvava le banche spagnole con soldi comunitari senza che Madrid dovesse contabilizzare le garanzie nella ratio debito/Pil. Dov’era?

È inutile prendersi in giro, la storiella è nota, basta avere la decenza di ammetterlo. Non potendo per statuto prestare denaro direttamente ai paesi membri, da tempo la Bce si è semplicemente fatta furba e ha bypassato la questione attraverso un tacito accordo di silenzio-assenso. Che è valso per tutti. Le banche spagnole, ad esempio, hanno ottenuto 150 miliardi di euro dalla Bce, attraverso un processo che vede lo Stato garantire il debito degli istituti e le loro cartolarizzazioni, le quali vengono presentate alla Bce come collaterale per ottenere denaro. E cosa ci fanno le banche con quel denaro: mettono a posto i bilanci? No, comprano debito pubblico spagnolo, così lo spread cala e nessuno rompe l’anima a Draghi affinché agisca sul mercato secondario.


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