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GEO-FINANZA/ 2. La "doppia bomba" Usa che spaventa i mercati

Ben Bernanke (Infophoto) Ben Bernanke (Infophoto)

Non a caso, ieri il Treasury decennale ha conosciuto un’altra fiammata in area 2,5% di rendimento e molti analisti cominciano ad avvertire che i detentori di bonds dovranno prepararsi a ulteriori cali del prezzo delle securities: «Il calo della disoccupazione porrà sotto pressione la Fed affinché chiuda il programma di stimolo in anticipo», certifica Joseph La Vorgna, economista presso la sede di Deutsche Bank a New York. Il quale azzarda anche un’ipotesi di road map: «Come conseguenza della disoccupazione al 7%, il rendimento del decennale Usa salirà al 2,75% entro fine anno e al 3,25% entro il prossimo giugno, dopo che in gennaio la Fed terminerà gli acquisti». Per Matus, invece, proprio i timori di un aumento incontrollato degli yield, potrebbe portare la Fed a decidere per acquisti - magari di volume ridotto - fino a metà del prossimo anno.

E mentre qualcuno come James Paulsen, capo degli investimenti alla Wells Capital Management (340 miliardi di dollari di assets gestiti), ritiene che «la fine del QE è una pietra miliare, non qualcosa di cui aver paura. Dal punto di vista di un investitore equity, significa che l’economia è ora più forte», sono in molti a non condividere questo ottimismo. Anche perché lo scorso mese il tasso di disoccupazione è sceso al 7,5% dal 7,6% di maggio, con 165mila posti di lavoro in più e già oggi le principali previsioni per il quarto trimestre parlano di un tasso che varierà nel range tra 6,5% e 7,8%, con la previsione media su un consensus di 72 economisti a quota 7,3. Il problema sta non solo nei rendimenti in salita, ma anche nel volume degli acquisti della Fed, la quale mensilmente acquista 40 miliardi di dollari di securities legate a mutui e 45 di debito a lunga scadenza. Inoltre, c’è il timore che un calo nella partecipazione alla forza lavoro, ad esempio il ritiro dal mercato dei cosiddetti “baby-boomers”, stia aiutando il calo del tasso di disoccupazione erodendo però quella che possiamo definire “la base imponibile dell’occupazione”, mostrandoci un calo troppo veloce rispetto a un’economia che cresce solo del 2% l’anno. E non è preoccupazione da poco, visto che in maggio la proporzione di popolazione nel mercato del lavoro è scesa al 63,4% dal 66,2% del gennaio 2008, crescendo solo dello 0,1% in aprile ma con possibili nuovi cali in vista, visto che la metà di quel dato di flessione è data proprio da forze strutturali, come l’invecchiamento della popolazione, mentre l’altra pare frutto di influenze cicliche.

Insomma, se il calo sarà dato solo dalla diminuzione di partecipanti alla forza lavoro, cosa farà la Fed? Bloccherà lo stesso gli acquisti? E l’eccessiva attenzione a indicatori del mercato del lavoro, come la crescita del monte salari, non rischia di distorcere la percezione? Una cosa è certa, una situazione tale non può che portare con sé - se la Fed non chiarirà al più presto le sue intenzioni - soltanto ulteriore volatilità sui mercati. Tanto più che ormai, dopo cinque anni di esplicito supporto ai mercati e stabilizzazione dei tassi, gli investitori non saprebbero nemmeno come operare in un mondo in cui la Fed non è più la fonte principale della domanda fino a scadenza di securities e dove la spesa in deficit sta entrando nella fase terminale dell’esperimento.