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SPY RCS/ Mr. Tod’s-Fiat, una guerra (vecchia) sulle macerie del capitalismo italiano

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In tutti i casi perché, prima di pensare al controllo di Rcs e ai giochi finanziari in corso, non ci si confronta apertamente e direttamente sul piano industriale di Rcs e soprattutto de Il Corriere della Sera? Quello che ci si domanda, visto l'andazzo di questi giorni, è se esista un interesse reale al rilancio del giornale di via Solferino, anche nel mutamento epocale della comunicazione che stiamo vivendo, oppure ci si limiti, tanto per non cambiare mai, al controllo puro e semplice di un “gioiello” prestigioso che rischia però di essere continuamente deprezzato.

La sensazione è che il cosiddetto “salotto buono” italiano ripeta, con figli e nipoti, uno schema antico. È dai tempi dell'uscita da via Solferino negli anni Settanta della famiglia Crespi (quelli che avevano rilevato da Luigi Albertini su “suggerimento” del ras fascista Roberto Farinacci negli anni Venti il giornale) che non si vede più la parvenza di un editore “puro”. La parentesi dei Rizzoli è finita tra scandali, galera, P2, “affare Calvi” e via cantando. Poi è continuata la sequenza delle “congregazioni finanziarie e imprenditoriali” riunite in patto di sindacato, cioè il controllo di una parte determinante dei cosiddetti “poteri forti” sul giornale.

Il punto centrale, anche in questo “terzo millennio”, dopo la fine della prima repubblica e forse anche della seconda, è se anche il più influente e autorevole giornale italiano meriti un editore, cioè un imprenditore che fa di mestiere solo l'editore, così come avviene in quasi tutti i paesi di consolidata democrazia. Al momento l'impressione è desolante, perché ci si trova di fronte ai soliti protagonisti che fanno altri mestieri e si scontrano per il controllo di un grande giornale, così come è sempre avvenuto per decenni alla faccia del rinnovamento e del cambiamento della classe dirigente italiana.

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