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IL CASO/ 1. Così Merkel ed eurocrati "sfidano" la Dottrina sociale della Chiesa

Pubblicazione:domenica 7 luglio 2013 - Ultimo aggiornamento:domenica 7 luglio 2013, 11.07

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Dopo aver letto l’intervista di Angela Merkel concessa al quotidiano di forte tempra europeista, La Stampa, ho avuto contezza definitivamente di un assunto fondamentale: le élites europee possono raccontare quello che vogliono, non esiste di fatto alcun serio contraddittorio. L’opposizione al paradigma Europa, nel senso eurocratico del termine, l’unico che conosciamo, di fatto, è pressoché ridotta a chiacchiera priva di efficacia, derubricata a libro delle lamentazioni reazionario e revanscista. In quanto tale, degna di essere marginalizzata.

Non parlo dell’antieuropeismo che oggi molti cosiddetti “intellettuali” definiscono populista - non sapendo realmente in cosa consista la variegata gamma di realtà di segno “populista” -, ma anche di quello più direttamente analitico, che entra seriamente nel merito e mira a contrastare il mainstream dell’eurocratismo. La Merkel dimostra di essere una fine tattica e, nel contempo, proprio in quanto tattica fino al midollo, di non avere alcuna intelligenza strategica. Vediamo perché.

Primo: la Merkel sostiene che la disoccupazione giovanile sia “il problema europeo più impellente”. È falso. I dati letti in maniera assoluta, senza contestualizzazione sistemica, come sa ogni statistico degno di questo nome, mirano a uno scopo: fare propaganda e guadagnare consensi forzando i luoghi comuni. Intanto, la disoccupazione “giovanile”, al pari della “questione giovanile”, è un’invenzione sociologica, una narrazione, come direbbe appunto qualche sociologo postmoderno, buona a rastrellare voti di diciottenni-ventenni e a guadagnare il consenso delle famiglie in cui questi diciottenni-ventenni vivono da fin troppo tempo. Nelle società moderne, esiste una sola realtà: la disoccupazione. Punto. Non a caso, negli Usa, dove c’è il capitalismo, la disoccupazione non ha aggettivi qualificativi, si vuole soltanto ridurla allargando le fasce di mercato dinamiche. In Europa abbiamo creato le categorie sociali e antropologiche e non a caso vince l’ideologia del transgender: ieri c’era l’operaio, il proletario, il Lumpenproletariat, magari anche il ceto medio (in una sociologia più anni ’80); oggi ci sono i giovani, i gay, gli appartenenti ai centri sociali, insomma è il Bengodi della statistica, ma si perde la realtà nella sua interezza.

Si deve ragionare sistemicamente non ideologicamente. Allora, domandiamoci: perché c’è così tanta disoccupazione in Europa? Semplice: perché le ideologie eurocratiche - dall’austerità al pareggio di bilancio, per non parlare del rapporto deficit/Pil al 3% - sono enormi sciocchezze che mirano a omologare sistemi diversi, con storie diverse, antropologie lavorative diverse, culture diverse e, perché no?, religioni diverse.

Se tu, con l’austerità come cappio, strangoli le imprese, mi dici chi assumerà giovani e meno giovani? Se tu tassi fino allo sfinimento i ceti produttivi, andando a prendere soldi facili da lavoratori dipendenti, pensionati, per chiudere in bellezza con gli imprenditori e le partite Iva, mi spieghi come riparte l’economia? E, se non riparte l’economia, mi spieghi come si risolve il problema della disoccupazione? 


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