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FINANZA/ La "profezia" del 1987 che fa paura ai mercati

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Certo, oggi la mole di denaro messa in circolo dalla Fed, ma anche dalle altre banche centrali, potrebbe evitare una correzione così netta, potrebbe attutire l’impatto, ammorbidire la curva di inversione, ma leggere quanto scritto nella ricerca proprio della Fed intitolata “A brief history of the 1987 stock market crash with a discussion of the Federal Reserve response”, diciamo che fa riflettere. Ecco un estratto: «Durante gli anni che hanno preceduto il crollo, i mercati equity avevano postato significativi guadagni. L’incremento dei prezzi aveva superato la crescita dei guadagni e ridimensionato la ratio price/earning. Alcuni commentatori misero in guardia sul fatto che il mercato era divenuto sopravvalutato... Più importante ancora, i mercati finanziari videro un incremento dell’uso di strategia di “program trading”, dove computer furono settati per trattare velocemente un grosso numero di titoli, soprattutto in certi indici, ogni qual volta ci si trovava in detereminate condizioni tipo... L’outlook macroeconomico durante i mesi che portarono al crollo era diventato in un qualche modo meno certo. E i tassi di interesse stavano salendo a livello globale».

Già, un bel deja vu, non c’è che dire. Il problema, come vi anticipavo, è che la velocità con cui sui mercati si sta vendendo debito statunitense a lungo termine, facendo di conseguenza salire i rendimenti, potrebbe giocare un ruolo di offsetting rispetto alla volontà della Fed di rallentare le politiche di stimolo, visto che l’ultimo dato sulla disoccupazione negli Usa parlava del 7,6% e che Bernanke aveva detto chiaramente che una volta raggiunta quota 7% si sarebbe chiusa o ridimensionata la stamperia di Stato. Io penso che sia un gioco delle parti, visto che passare dal 2,5% al 3% in meno di dieci giorni è davvero troppo anche per un mercato in bolla come quello attuale: qualcuno sta vendendo debito per garantire un alibi alla Fed per continuare a stampare ed evitare la figuraccia di doversi rimangiare la parola data il 22 maggio scorso.

Una cosa però è certa, supposizioni a parte: in giugno il Giappone è stato net seller di assets esteri, con le equities Usa che hanno pesato per 371 miliardi di yen su un totale di vendite di 417 miliardi. Fino alla scorsa settimana, infatti, era il 2,5% la soglia di timore per chi deteneva debito statunitense a lungo termine, ora è il 3%, ma non pare che uno scostamento simile abbia avuto un impatto sull’economia Usa. Follia. Siamo ai massimi di rendimento dall’agosto 2011, più di 100 punti base di spread da inizio maggio, quando i mercati cominciavano a prezzare il cosiddetto “taper” della Fed, ovvero la possibilità di riduzione o eliminazione del programma di acquisto da 85 miliardi di dollari al mese. Addirittura, ieri Goldman Sachs si è detta certa che il decennale Usa toccherà il 4% di rendimento entro il 2016.


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