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Economia e Finanza

FINANZA/ La "profezia" del 1987 che fa paura ai mercati

Sui mercati, spiega MAURO BOTTARELLI, gli investitori hanno già ridotto le loro posizioni, forti di esperienza, lettura dei dati macro e soprattutto di un precedente: il 1987

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Mentre l’Eurogruppo decideva se dividere in più rate la nuova tranche di aiuti alla Grecia, i mercati viaggiavano relativamente sereni. Spread calmo, Borse in rialzo, nonostante la locomotiva Germania facesse registrare un crollo dell’export (-3,2% anno su anno, il peggior dato da novembre 2009 e con un -9,6% del dato delle esportazioni verso l’eurozona, area che conta per il 40% dell’export totale di Berlino) e un ritorno in negativo sempre anno su anno della produzione industriale, in netto contrasto con i dati di aprile. Certo, il contemporaneo aumento delle importazioni certificava la presenza di una forte domanda interna, ma il Dax che festeggia con un rotondo +2,5% ci dice che qualcosa non va, che qualcosa potrebbe incepparsi, da un giorno all’altro. È nelle cose. E, soprattutto, è nei fondamentali.

D’altronde, nonostante il doping della Fed attutisca ogni colpo facendolo sembrare un buffetto, di vittime da inizio anno la crisi ne ha reclamate: i bond sovrani giapponesi, l’oro, il debito dei paesi emergenti e non ultimo i Treasuries statunitensi a 10 anni, che venerdì per un breve lasso di tempo hanno sfondato quota 3% di rendimento, salvo ritracciare al 2,72%. Non solo, il Bund a 10 anni segnava l’1,72%, ragione per la quale il nostro spread è rimasto basso, nonostante l’economia reale del nostro Paese veda morire quotidianamente aziende come fossero mosche.

Ripeto, la correzione è nelle corde e il mercato punirà questo eccesso di liquidità, questo stimolo infinito e che crea dipendenza. Pensate all’Europa. Fino alla scorsa settimana, quando Portogallo e Grecia hanno riportato l’attenzione sulla crisi dell’Ue, la stamperia Usa aveva garantito un effetto stabilizzazione: tutto appariva risolto. Non è così e due variabili potrebbero far rovinosamente precipitare il castello di carte: il crollo del mercato obbligazionario o la trasformazione di quello azionario in una bolla gigantesca, a fronte di un’economia reale Usa che non conosce alcun tipo di ripresa reale. Chi tra aprile e giugno dello scorso anno avesse scommesso sul debito sovrano di Portogallo, Spagna, Italia ma anche Grecia o su titoli azionari di quei Paesi avrebbe fatto l’affare del secolo, un rally infinito che per Atene si è addirittura concretizzato in un aumento del 100% dai minimi. Oggi, però?

Gli investitori professionisti hanno già ridotto le loro posizioni, forti di esperienza, lettura dei dati macro e soprattutto di un precedente: il 1987. In quell’anno, il rally fu del 40% tra gennaio e agosto, ma poi, in due mesi, il crollo fu della stessa portata: guadagni bruciati in 60 giorni. E, purtroppo, tutti quanti sappiamo che questo bull market garantito dalla Fed è durato anche troppo, la correzione è inevitabile. D’altronde, le analogie sono sconvolgenti. Incertezza del quadro macro-economico, alta propensione alla leva, tassi di interessi in salita e volatilità sui mercati monetari sono le stesse condizioni che portarono al crash del 1987. Come si concretizzò quel tonfo? Lo spiegano senza bisogno di troppi commenti questi due grafici.