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Economia e Finanza

FINANZA/ Perché il Financial Times mette in croce le banche italiane?

Benissimo. Ma c’è un ma. Siamo infatti di fronte a un equivoco e a un trattamento a dir poco degno dei famosi e proverbiali due pesi e due misure. Il report di Bankitalia da cui emerge quanto sta accadendo è riferito a quello che hanno già fatto. Nei fatti, è un messaggio in codice a tutte le banche che non hanno avuto l’allargamento dell’ispezione al totale dei crediti in bonis: ovvero, andate avanti con il provisioning, altrimenti arriviamo noi. Ora, a parte che le grandi azioniste di Bankitalia, ovvero i principali istituti italiani (eh già, nel nostro Paese il controllore ha come azionista il controllato) non subiranno di fatto particolari vessazioni, occorre capire cos’è il provisioning, ovvero la svalutazione da parte delle varie banche del complesso dei crediti non performing (sofferenze, incagli, ristrutturate, scadute).

C’è da sottolineare come Bankitalia dica ora che se si applicassero i criteri degli altri paesi europei, la svalutazione di questi crediti in Italia sarebbe la più alta. E sapete il perché di questo timing? Perché l’Abi ha commissionato uno studio a Price Europe su questi criteri negli altri paesi, dal quale si evince che le banche italiane devono svalutare molto di più, con il brillante risultato che il credito - già scarso - sarà sempre meno. Il solito comportamento prociclico. La domanda è: perché? E, soprattutto, la politica non ha proprio niente da dire, invece di perdere tempo in battaglia sul sesso degli angeli?

È veramente curioso questo modo di ragionare. I criteri contabili di definizione dei non performing loans, le sofferenze, sono molto diversi tra i vari paesi europei e sapete quali sono i più rigidi e i più ampi? Bravi, quelli italiani. Ma quando si confrontano i dati, ovviamente questo particolare si perde e le banche del nostro Paese risultano sempre quelle con le coperture più basse. Verrebbe da dire, bella forza! Abbiamo una base di calcolo molto più grande degli altri, non ci vuole un genio della matematica per capire. E tutto ciò vede Bankitalia come attore unico di queste scelte, senza nessun confronto.

Guardate questo grafico, la fonte di elaborazione è il Financial Times ed è la quintessenza della disinformazione che sta imperando in questi giorni e mesi attorno al sistema bancario italiano. Si considerano Npl, ovvero sofferenze, per le banche italiane il totale generale con incagli e scadute, mentre gli altri paesi non hanno queste categorie contabili. Ovvia conseguenza di questo, la parte di coverage - di copertura - è bassa al confronto con gli altri.

 

 

Questo errore ha la sua radice primigenia nel report del Fmi dell’estate scorsa e questi dati ormai girano su tutti i desk, vissuti come certezze, completamente decontestualizzati e non riferiti ai differenti criteri valutativi in seno all’Ue. Proprio per questo l’Abi ha commissionato a Price Europe uno studio che le banche stanno distribuendo ad authority e analisti per dimostrare come la realtà sia in effetti un’altra. Ma non basta. Nel grafico del Financial Times c’è infatti un’altra perla, ovvero gli Npl vengono considerati o svalutati o non coperti, come se non esistesse il valore delle garanzie, reali (ipotecarie, pegni, ecc.) o fidejussiorie. Insomma, gli Npl delle banche italiane, che sono tanti perché calcolati in modo allargato, o sono svalutati o sono ancora da svalutare, perché le perdite vengono conteggiate comunque al 100%. Chissà perché, poi, l’Italia è l’unico Paese al mondo dove le banche non possono portare in detrazione le perdite su crediti nell’anno fiscale in cui le subiscono ma le devono spalmare nei 18 (avete letto bene, diciotto!) anni successivi. «Poi ci stupiamo se con tutte queste questioni peculiari c’é poco credito. È un miracolo che ce ne sia ancora!», si è lasciato sfuggire un addetto ai lavori di alto livello in una conversazione privata con il sottoscritto.


COMMENTI
01/08/2013 - Banchieri 1 (Giorgio Allegri)

Caro Bottarelli, che il Financial Times, come in generale il mondo anglosassone e mercatista, guardi l’Italia con lenti deformate tutte sue è pacifico, e certamente occorre non abbassare la guardia visto quel che è successo al nostro Paese in passato sull’onda delle “mode” d’Oltremanica (o d’Oltreoceano). Le banche italiane sono in sofferenza, e questo non è un bene, ma mi lasci dire che vi ci si trovano certamente non per “colpe” esogene. “L’addetto ai lavori di alto livello”, anziché prendersela coi criteri di detrazione delle perdite su crediti che all’estero non sono così “severi”, dovrebbe chiedersi: come mai alcune banche in passato hanno concessi crediti come se non ci fosse un domani abbondando con la manica larga? Come mai alcune di loro non hanno proceduto correttamente alle svalutazioni negli anni scorsi? Come mai alcune di loro (nomi noti) tra i loro asset hanno partecipazioni (tra l’altro fresche di aumenti di capitale) in società che sicuramente non aumenteranno il loro valore, ma anzi dovranno essere svalutate? Come mai ce la si prende tanto con l’Eba, vista come una nemica potenza straniera (possibilmente euro-tedesca), quando il suo Presidente dal 2011 è un italiano? Come mai in una nota banca popolare i sindacati hanno bloccato in passato una fusione con un’altra banca (altrettanto popolare)? E come mai questa stessa nota banca ora DEVE per forza trasformarsi in Spa?

 
01/08/2013 - Banchieri 2 (Giorgio Allegri)

Purtroppo mi pare che i banchieri nostrani assomiglino troppi agli “imprenditori” patron di scuderie di Formula 1 (con cui condividono i salotti buoni), che se la prendono con un pilota che dice la sacrosanta verità sulla vettura che non cammina, o agli allenatori di calcio che prima ancora dell’inizio del campionato sono lì a mettere le mani avanti dicendo che la loro squadra è stata penalizzata perché riposerà tot ore in meno rispetto agli avversari.