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Economia e Finanza

FINANZA/ Perché il Financial Times mette in croce le banche italiane?

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Ma lo stesso discorso vale per le RWA, le attività ponderate sul rischio, sui crediti: i criteri italiani di assorbimento patrimoniale dei crediti sono i più punitivi d’Europa, in modo che la banca commerciale abbia sempre più difficoltà. Il punto però è: ma dove si discute di queste cose, chi sceglie quale deve essere la medicina e chi valuta se la medicina fa bene al malato? Bankitalia, forse? Siamo al caso del medico che si incaponisce con una cura, mentre il paziente continua a peggiorare, ma lui non si domanda mai se non sia il caso di pensare a un’altra terapia. Anche perché il bilancio dall’inizio dell’anno per il settore bancario italiano resta ampiamente negativo, in particolare per alcuni istituti medio-piccoli come Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio (che dalle quotazioni del 31 dicembre scorso ha perso quasi il 60%) e Carige, che ha lasciato sul terreno il 41,2%. Profondo rosso anche per il Banco Popolare (-23,2%), il Credito Valtellinese (-21,1%) e la Popolare di Milano (-18,4%). Tra le poche performance positive, spiccano i due colossi Unicredit (+8,3% da inizio anno) e Intesa Sanpaolo (+7,2%).

E che i mercati si siano accaniti sui titoli bancari italiani lo si desume dall’andamento dell’indice di settore europeo, lo Stoxx 600 banche, che nello stesso periodo di tempo ha guadagnato quasi l’8%. Gli investitori continuano insomma a punire il rischio Paese, come conferma l’andamento degli indici: da gennaio il Ftse Mib di Milano è praticamente in pari (+0,8%), mentre Londra ha guadagnato il 13,2%, Parigi il 14,7%, Tokyo il 31% e Dublino addirittura il 49,2%. Peggio di noi, finora, hanno fatto solo Madrid (-5,7%) e Lisbona (-3,8%). Almeno così dicono le fredde cifre. Le stesse che però non vi spiegano nel dettaglio come stanno davvero le cose quando mettono in croce le nostre banche, con somma gioia di chi ha fatto dell’intelligenza con il nemico una postura di cui andare fiero.

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COMMENTI
01/08/2013 - Banchieri 1 (Giorgio Allegri)

Caro Bottarelli, che il Financial Times, come in generale il mondo anglosassone e mercatista, guardi l’Italia con lenti deformate tutte sue è pacifico, e certamente occorre non abbassare la guardia visto quel che è successo al nostro Paese in passato sull’onda delle “mode” d’Oltremanica (o d’Oltreoceano). Le banche italiane sono in sofferenza, e questo non è un bene, ma mi lasci dire che vi ci si trovano certamente non per “colpe” esogene. “L’addetto ai lavori di alto livello”, anziché prendersela coi criteri di detrazione delle perdite su crediti che all’estero non sono così “severi”, dovrebbe chiedersi: come mai alcune banche in passato hanno concessi crediti come se non ci fosse un domani abbondando con la manica larga? Come mai alcune di loro non hanno proceduto correttamente alle svalutazioni negli anni scorsi? Come mai alcune di loro (nomi noti) tra i loro asset hanno partecipazioni (tra l’altro fresche di aumenti di capitale) in società che sicuramente non aumenteranno il loro valore, ma anzi dovranno essere svalutate? Come mai ce la si prende tanto con l’Eba, vista come una nemica potenza straniera (possibilmente euro-tedesca), quando il suo Presidente dal 2011 è un italiano? Come mai in una nota banca popolare i sindacati hanno bloccato in passato una fusione con un’altra banca (altrettanto popolare)? E come mai questa stessa nota banca ora DEVE per forza trasformarsi in Spa?

 
01/08/2013 - Banchieri 2 (Giorgio Allegri)

Purtroppo mi pare che i banchieri nostrani assomiglino troppi agli “imprenditori” patron di scuderie di Formula 1 (con cui condividono i salotti buoni), che se la prendono con un pilota che dice la sacrosanta verità sulla vettura che non cammina, o agli allenatori di calcio che prima ancora dell’inizio del campionato sono lì a mettere le mani avanti dicendo che la loro squadra è stata penalizzata perché riposerà tot ore in meno rispetto agli avversari.