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FINANZA/ 2. Dagli Usa gli "indizi" di un nuovo tonfo dei mercati

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Ma la banca XY nel mio contratto di prestito titoli ha messo una clausola, in base alla quale ha il diritto di vendere la mia posizione azionaria se la valorizzazione netta del mio conto scende sotto una certa soglia. E non pensiate che serva un’ecatombe perché scatti la margin call e la liquidazione dei titoli: dipende da quanto margine ho e quanto cala il titolo che detengo in portafoglio. Siccome il margin debt è un indicatore molto importante del cosiddetto “moral hazard” e dell’esposizione del mercato alla leva, a metà di ogni mese la Borsa di New York pubblica i dati relativi al totale costituito sulle azioni quotate al Nyse, ovvero quanto denaro è stato dato in prestito da tutte le istituzioni finanziarie per acquistare titoli alla Borsa newyorchese, avendo messo come garanzia altri titoli azionari. Dato complementare che viene reso noto è quello del grado di capitale libero da margini in miliardi di dollari, ovvero il denaro non soggetto a prestito da parte di istituzioni finanziarie e che viene utilizzato per operare al Nyse.

Ora guardate questo grafico: la linea rossa rappresenta la quantità in miliardi di dollari di denaro prestato dalle istituzioni finanziarie per comprare titoli sul Nyse, usando come garanzia gli stessi titoli azionari (ovvero il margin debt), mentre le parti in nero rappresentano la quantità di capitali liberi da vincolo. Penso che, al netto di quanto spiegato finora, possiate trarre da soli le vostre conseguenze.

 

 

Se, come è stato storicamente fino a oggi, il dato del margin debt risulta essere un buon indicatore del rischio, capite da soli il perché la Fed continui a inviare segnali divergenti sulla fine del Qe, vero motore immobile di questo colossale rally sui margini della Borsa statunitense. L’ultima volta che è stato toccato il picco attuale del margin debt, in area 380 miliardi di dollari, è stato nel luglio del 2007, quando si registrò la cifra record di 381 miliardi di dollari: subito dopo, la crisi finanziaria globale ebbe inizio. Stessa cosa accadde nel 1999-2000. Dopo i minimi di mercato del 2009, il margin debt risalì fino alla contrazione della tarda primavera del 2010, protrattasi per tutta l’estate e conclusasi soltanto grazie all’annuncio di fine agosto giunto da Jackson Hole, quando Ben Bernanke attivò in grande stile la stamperia di Stato. Da allora, l’appetito per il margin debt ha ritrovato vigore. Nello scorso mese di marzo il margin debt era a quota 379 miliardi, in aprile ha sfondato ogni record salendo a 384 miliardi, poi è cominciato a scendere, guarda caso in concomitanza con le prime frizioni all’interno della Fed e con la possibilità del cosiddetto “taper” che diventava sempre più reale, almeno a parole. In maggio 377 miliardi di dollari, in giugno 376,6 miliardi: dopo Ferragosto avremo il dato di luglio, ma non mi stupirebbe che fosse sceso ancora, anche se di poco.

Non serve essere un abile e raffinato analista finanziario per capire che ci troviamo di fronte a un parallelismo quasi perfetto, tale da doverci far preoccupare per il rovescio della medaglia rappresentato dal margin debt: questo infatti ha un effetto moltiplicatore nel far salire le quotazioni dei titoli, ma funziona anche da dinamo quando e se dovesse scattare una margin call che faccia sparire quel denaro prestato per acquistare titoli su titoli. Se infatti per coprire la posizione si è costretti a vendere azioni in un mercato che cala, non si fa altro che accelerare la velocità e ampliare il volume del calo, tramutandolo in un crollo. Inoltre, molti analisti vedono nell’attuale debolezza di oro e argento un altro segnale dell’inversione dei corsi in arrivo. Insomma, quando sarà finita la sell-off sui metalli preziosi, gli investitori con le spalle meno larghe cominceranno a vendere altri assets, fino a dover liquidare azioni statunitensi per andare incontro alle richieste di margine.


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