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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. La "svendita" americana mette in allarme Europa (e Italia)

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Oggi il decennale giapponese paga un rendimento dello 0,74%, contro il 2,873% del Treasury Usa - record nel pre-market di ieri - e il 3,9% del decennale australiano. E qui casca l’asino, ovvero giunge la riprova del fatto che gli acquisti nipponici sui Treasuries Usa sono stati molto limitati e che invece quelli su Italia e Spagna decisamente alti, tanto da garantire al nostro spread di scendere sotto quota 240 punti base nonostante le fibrillazioni politiche e i non brillantissimi indicatori macro della nostra economia. A metà della scorsa settimana il decennale statunitense ha appunto sfondato quota 2,82%, un livello mai visto da due anni a questa parte e con un tasso di crescita molto veloce, tanto da ricordare la dinamica vissuta nel periodo tra l’ottobre 2010 e il febbraio 2011: ieri, prima che la campanella di Wall Street suonasse, è arrivato a 2,873%. Parliamo di qualcosa come oltre 130 punti base in soli tre mesi per una delle categorie obbligazionarie ritenute più sicure al mondo, un benchmark globale e una certezza nei portafogli di investimento in bond per tutti i principali gestori.

I numeri parlano chiaro. I flussi di capitale in uscita dai mutual funds obbligazionari Usa e dagli Etf in agosto hanno subito una netta accelerazione, stando a un report reso noto ieri da TrimTabs, chiaro segnale dei timori per un aumento dei rendimenti che vada a colpire l’ancora fragile economia statunitense. TrimTabs è chiaro: «Siamo preoccupati del fatto che la Fed stia cominciando a perdere il controllo del mercato obbligazionario, un fatto tutt’altro che positivo per la Borsa e per un’economia altamente esposta alla leva come quella americana». Soltanto nel mese in corso, l’outflow è stato di 19,7 miliardi di dollari, dopo i 14,8 miliardi di luglio, il quarto peggior risultato di sempre. Per quanto riguarda i fondi obbligazionari, da giugno la fuga di capitali ha toccato quota 103,5 miliardi o il 2,7% degli assets totali. Il problema è: se la Fed smette di comprare bond e lo stesso fanno gli investitori, chi comprerà tutto il debito che il governo americano e le aziende devono vendere a tassi bassi?

Attenzione, poi, perché la gran parte degli analisti tecnici e degli investitori - interpellati da Bank of America-Merrill Lynch - ritiene che quota 3,5% di rendimento per il Treasury a 10 anni sia la soglia alla quale si potrebbe innescare una rotazione disordinata dei flussi di allocazione di capitale tra le varie asset class. La questione che si pone, infatti, con i tassi che cominciano a salire, è quanto tempo ci vorrà prima che cominci un flusso in uscita dai fondi obbligazionari tale da portare a un significativo ampliamento degli spread di credito per le aziende. Come già detto, il consensus è per quota 3,5% dal circa 2,9% attuale e la preoccupazione comincia a essere parecchia, perché se il mercato del credito va in sell-off, le aziende non saranno in grado di finanziare le aspettative che il mercato equity già sta prezzando nel valore dei titoli al netto dei massimi delle Borse. In parole povere, se le corporation Usa non saranno in grado di prendere a prestito denaro a basso costo per finanziare i buyback e i dividendi per gli investitori, questi ultimi potrebbero disinnamorarsi rapidamente di Wall Street, con conseguenze difficilmente calcolabili a livello empirico.