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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. La "svendita" americana mette in allarme Europa (e Italia)

Gli investitori stranieri, sia privati che istituzionali, hanno svenduto a ritmi spaventosi qualsiasi asset class statunitense in loro possesso. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Cosa sa il mondo che l’America non sa o finge di non sapere? Ma soprattutto, sicuri che il diluvio di liquidità giapponese continuerà a sorreggere il nostro spread? Mentre infatti a Wall Street si è continuato a festeggiare nuovi record per tutto il mese di giugno, stando ai dati della TIC resi noti pochi giorni fa, gli investitori stranieri, sia privati che istituzionali, hanno svenduto a ritmi spaventosi qualsiasi asset class statunitense in loro possesso. Non era mai successa una sell off simile, mai nella storia: titoli corporate liquidati per un controvalore di 26,8 miliardi di dollari, obbligazioni corporate per 5 miliardi di dollari, agencies per 5,2 miliardi di dollari e soprattutto Treasuries per una somma quasi epica, 40,8 miliardi di dollari. Prendendo in esame tutte le asset class, le vendite consolidate di investitori stranieri nel giugno di quest’anno sono state maggiori che nel crollo Lehman Brothers e nel mese successivo ad esso. Insomma, il ping pong sul cosiddetto “taper” della Fed, la fine o il rallentamento del programma di stimolo, ha spaventato gli investitori stranieri più della più grossa bancarotta finanziaria della storia.

Da un certo punto di vista verrebbe quasi da dire che la Fed ha ottenuto ciò che voleva, ovvero far prezzare in anticipo il “taper” dagli investitori stranieri per evitare l’esplosione della bolla tutta d’un colpo, il problema è però un altro: e se invece questa svendita fosse solo e soltanto la reazione alle speculazioni riguardo un possibile “taper”, cosa potrà succedere quando la speculazione diventerà realtà? Oltretutto, leggendo con attenzione i dati della TIC, si scopre che i venditori più massicci sono stati i più grandi creditori degli Stati Uniti, ovvero Cina e Giappone. Nel mese di giugno, il combinato di vendita di equities Usa di questi due paesi ha toccato quota 42 miliardi di dollari, più o meno divisi equamente: si tratta del valore più alto da anni. Andando poi a vedere nel dettaglio la composizione della vendita, si scopre che il grosso era composto da debito a breve termine, i Bills. Questa concentrazione sulle brevi scadenze spiegherebbe quindi la continua e ossessiva distinzione che Bernanke fa tra “tapering” e “tighting”, ovvero la contrazione: senza questa sottolineatura, probabilmente, la pressione sulle scadenze 3-6 mesi sarebbe stata tale da non permettere alla Fed di poter intervenire per scongiurare un aumento dei tassi a breve termine, ipotesi che farebbe grippare del tutto la presunta ripresa Usa, stante l’economia ancora molto debole e la disconnessione tra inflazione futura reale e tassi di crescita impliciti pianificati dalla Federal Reserve.

Insomma, i creditori di Zio Sam pare che gli stiano dicendo addio, almeno guardando al dato delle detenzioni esteri totali di Treasuries, scese a 5,6 triliardi dollari, giù di 57 miliardi in un solo mese e al livello più basso da inizio anno. E il dato appare decisamente inquietante anche per un altro motivo. La settimana conclusasi venerdì 9 agosto ha visto gli acquisti di bond stranieri da parte di investitori giapponesi ai massimi da tre anni, frutto dai tassi interni bassissimi e dello yen svalutato che spinge verso la ricerca di profitti maggiori all’estero. Soggetti come banche, assicurazioni e fondi pensione hanno comprato debito straniero per un controvalore di 16,45 miliardi di dollari, più del doppio di quanto acquistato la settimana precedente, rimanendo compratori netti per la sesta settimana di fila. La Bank of Japan, ovviamente, fa di tutto per incoraggiare gli acquisti esteri, visto che questo è uno dei fattori chiave per svalutare ulteriormente lo yen, valuta che dal novembre dello scorso anno (quando il premier Shinzo Abe annunciò l’avvio della politica di stimolo) si è deprezzato del 22,4% sul dollaro. Alcuni operatori del mercato ritengono che il grosso degli acquisti si siano concentrati su Treasuries statunitensi, bond governativi australiani con rating AAA e obbligazioni sovrane dei paesi periferici europei, vero driver degli spread in discesa di Italia e Spagna.