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Economia e Finanza

FINANZA/ Il "volo" che mette paura ai mercati

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Insomma, gli investitori non vogliono farsi trovare sul lato sbagliato del mercato se il “taper” della Fed dovesse davvero partire in settembre, quindi si muovono in anticipo, generando però scossoni spaventosi. E se questa fuga di capitali dovesse accelerare, alla fine gli investitori riallocheranno i loro investimenti dove si trovano assets legati alla crescita: quindi negli Usa o nei mercati di frontiera, con il rischio che anche l’inflow piovuto sull’obbligazionario sovrano dei paesi periferici dell’Ue svanisca innescando un effetto asiatico anche nel Vecchio Continente. E anche i bond dei paesi emergenti cominciano a tremare, con il decennale indiano su di 23 punti base in un giorno al record di rendimento da dodici anni a questa parte, 9,47% e quello indonesiano a sette anni che prezza uno yield dell’8,33%. Insomma, un mezzo massacro.

Il governo di Nuova Delhi è corso ai ripari già la scorsa settimana, sfornando una serie di misure per fermare il declino della moneta che contemplano l’aumento dei dazi sull’oro importato dall’8% al 10% e, per un importo analogo, ha rialzato i dazi sull’import di platino, mentre quelli sulle importazioni di argento sono stati aumentati dal 6% al 10%. Il tutto per contenere il deficit della bilancia dei pagamenti che sta indebolendo pericolosamente la rupia, dato che le importazioni di oro sono quelle che, dopo il petrolio, contribuiscono maggiormente al deficit corrente. Una manovra già effettuata l’anno scorso senza però ottenere gli effetti desiderati: le importazioni di oro a luglio sono salite ugualmente a 2,9 miliardi di dollari dai 2,45 di giugno.

E a confermare che il trend è tutt’altro che invertito, quindi con forti rischi di sbilanciamento del deficit, ci ha pensato la banca australiana Macquarie Bank, la quale ha informato che soltanto nel mese di maggio hanno lasciato Londra in direzione Svizzera 240 tonnellate d’oro, portando il totale del primo semestre di quest’anno a 797 tonnellate: 17 volte quanto trasferito nel 2012, fermatosi a quota 92 tonnellate. Il perché è presto detto: in Svizzera sono presenti aziende in grado di fondere le barre e tramutarle in monete e altri oggetti appetibili per il mercato asiatico, soprattutto Cina e India. Sempre il 12 agosto, poi, il ministro delle Finanze indiano, Palaniappan Chidambaram, aveva tentato di tranquillizzare gli investitori, assicurando che «la gente comincerà a capire che gli indicatori del mercato indiano devono riflettere le reali condizioni e non dipendere da quello che succede negli Usa».

Per Richard Yetsenga, capo analista della banca australiana ANZ, «i problemi dell’India rappresentano un grande microcosmo per quanto sta accadendo sui mercati emergenti. Un microcosmo nel senso che non è successo nulla a livello interno che potesse scatenare le ultime mosse, il deficit di conto corrente del Paese è stato molto ampio per gli ultimi due anni. Soltanto l’aumento dei rendimenti dei bond statunitensi può spiegare ciò che si sta manifestando nella valuta indiana. Il costo del capitale sta salendo e questo è un problema ovunque, ma l’Asia è sicuramente più a rischio e più esposta a questa situazione». Tuttavia, gli investitori indiani restano scettici sulle condizioni della rupia e del deficit corrente e lunedì anche la Banca mondiale ha cercato di rassicurare i mercati sulla crisi del Paese asiatico: «Non è così brutta come sembra», ha fatto sapere il capo economista dell’istituto, Kaushik Basu, che è stato il principale consigliere del ministro delle Finanze indiano fino allo scorso settembre. Insomma, non siamo a un deja vu del 1991, quando l’India, avendo riserve per soli 13 giorni per coprire le importazioni, fu costretta a impegnare il suo oro per pagare i conti con l’estero e dovette ricorrere ai prestiti del Fmi e avviare drastiche riforme per liberalizzare la sua economia. Sarà, ma il fatto che martedì la Banca centrale indiana sia dovuta intervenire vendendo dollari per riequilibrare la situazione, non depone a favore di una situazione rosea.

E sempre martedì, anche la Banca centrale del Brasile si è vista costretta a introdurre nuove misure per contrastare l’indebolimento del real. Ma se la situazione indiana fa paura, il Paese che pare maggiormente esposto ai marosi di questa fuga dei capitali è l’Indonesia, dove ai timori per il “taper” della Fed che sta condizionando tutti i mercati emergenti si è unita la decisione della Banca centrale di alzare i requisiti di riserve per le banche del Paese, proprio in risposta ai violenti outflows. Una decisione che di fatto, drenerà dal mercato 5 miliardi di dollari, stando a calcoli effettuati da Herdal Van der Linde, analista per Asia e Pacifico di HSBC: «L’inflazione è una questione molto seria per l’Indonesia, poiché Giakarta ha permesso che i prezzi del carburante salissero. E ora devono provare a controllare la liquidità per evitare che il tasso inflattivo salga ancora più in alto». Stando a dati forniti venerdì scorso dalla Banca centrale, il deficit di conto corrente è cresciuto e nel secondo trimestre di quest’anno si è attestato al 4,4% del Pil dal 2,4% del primo. «Quando altrove piove, qui diluvia», ha decretato Song Seng Wun, capo dei ricercatori di CIMB: «Non c’è molto che gli indonesiani possano fare, la lezione che abbiamo imparato dalla crisi finanziaria è che non puoi combattere il mercato».