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FINANZA/ Il "volo" che mette paura ai mercati

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Per Sanjay Mathur, «se non ci sarà una risposta politica, il mercato indonesiano continuerà a cadere. Non ritengo folle pensare a una rupia che tratti attorno a 11 contro il dollaro entro la fine di settembre. Dovrebbero immediatamente alzare i tassi, è l’unico modo per cercare di stabilizzare la moneta». E ora i timori sono per un effetto domino che vada a colpire tutto il continente asiatico e l’area del Pacifico. Per Mikio Kumada, direttore esecutivo della LGT Capital Partners, tuttavia «la reazione dei Paesi emergenti ai timori del “taper” è esagerata. Penso che questo rallentamento sarà bilanciato dal ritorno alla crescita dei Paesi del G7». Ma giova ricordare che paesi come la Thailandia o la Malesia, ad esempio, hanno sì conosciuto una crescita del credito molto forte negli ultimi due anni, quindi possono apparire a posto da una visione esterna, ma hanno un altissimo livello di leva interna. Non a caso, martedì Credit Suisse poneva proprio questi due paesi in cima alla classifica della prossima pedina del domino a cadere dopo l’Indonesia.

Il direttore delle ricerche per l’Asia dell’istituto, Robert Prior-Wandesforde, ritiene che le valute di entrambe le nazioni conosceranno presto forti pressioni e ritiene che sia la Malesia a destare maggiore preoccupazione: «Nel Paese, infatti, si è registrato un significativo deterioramento della posizione di surplus di conto corrente e, inoltre, moltissimo del suo debito è detenuto all’estero in bond e bills». A incorniciare con una frase la situazione che si sta delineando è Shane Oliver, capo degli investimenti all’australiana AMP Capital Investors: «Il pendolo sta oscillando e tornando a favore delle economie avanzate. Siamo entrati in un periodo molto duro e difficile per l’Asia, dopo una decade di performance ora è arrivato il cambio di marcia». I numeri parlano chiaro: al 22 maggio scorso, dato EPFR, gli outflows dai fondi obbligazionari dei cosiddetti Brics sono stati pari a un terzo di tutti gli asset in gestione, contro il 4% da inizio anno a quando Bernanke ha cominciato a parlare di “taper”.

Ma se qualcuno piange, qualcun’altro gode. Stando a dati di Bank of America-Merrill Lynch, da gennaio a metà agosto i mercati emergenti hanno conosciuto un outflows di circa 2,1 miliardi di dollari, 1,5 dei quali sono però finiti investiti nei cosiddetti “mercati di frontiera”, ovvero 30 paesi sottosviluppati ma con potenzialità di rapida crescita come Iraq, Bangladesh e Mozambico. Non a caso, da quando si parla di “taper” l’indice MSCI Emerging Markets ha perso il 3,6%, mentre l’MSCI Frontier Markets ha guadagnato lo 0,25%. Oltre a crescere a ritmi spesso tremendi, soprattutto in Africa, questi paesi sono poco correlati con il resto del mondo, non sono dominati e totalmente dipendenti dal capitale estero e garantiscono una riduzione del rischio generale sul portafoglio di investimenti.

Certo, i mercati emergenti pesano per circa il 51% del Pil mondiale, ma hanno un capitalizzazione di mercato inferiore al 10%, quindi le ricadute di una loro crisi potrebbero avere effetti limitati sul mercato. Il problema resta il livello di leva cui è esposto quest’ultimo a livello globale. Se la Fed sbaglia una mossa, siamo davvero nei guai. Tutti.

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