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FINANZA/ Il "volo" che mette paura ai mercati

Pubblicazione:giovedì 22 agosto 2013

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Lo scorso giugno abbiamo sfiorato il disastro, non lo dico io ma il grafico che vedete a fondo pagina. Martedì vi ho parlato di come due mesi fa gli investitori internazionali abbiano scaricato qualsiasi tipo di asset class statunitense, in particolar modo i Treasuries, liquidati per un controvalore di oltre 40 miliardi di dollari dai principali creditori degli Usa, Cina e Giappone, più altri paesi che hanno portato il totale della sell-off a 57 miliardi. Questa mossa ha portato a un aumento del rendimento dei titoli di Stato Usa, uno shock subito riverberatosi sui mercati, già nervosi in attesa delle minute della Fed sul cosiddetto “taper” del programma di stimolo. Bene, sempre nel mese di giugno, stando ai dati della TIC, un misterioso compratore ha acquistato tutto ciò che il mercato ha scaricato, anzi di più. La candela verde del grafico lo dice chiaramente: 59,1 miliardi di Treasuries acquistati.

Chi sia il “mystery buyer” non è difficile da immaginare, la Fed o le istituzioni finanziarie Usa cui la banca centrale sta garantendo 85 miliardi di dollari di liquidità al mese attraverso il programma di acquisto titoli. Le conseguenze di un eventuale non acquisto di quel livello, lo sono un po’ di più: a occhio, il rendimento del decennale Usa sarebbe già oltre quota 3,5%, mirando area 4%, ovvero oltre il livello di rotazione disordinata dell’allocazione di capitale, altro fatto di cui abbiamo parlato martedì. In sintesi, la catastrofe. Ora, in attesa di sapere se la Fed continuerà o meno a comprare titoli, assistiamo all’apertura in grande stile di un altro fronte di crisi.

Dopo la fuga dagli Usa, infatti, i capitali stanno scappando a gambe levate dai mercati emergenti. Gli analisti già hanno definito il fenomeno “big flight” e le nazioni che stanno patendo il trattamento peggiore da parte degli investitori sono Indonesia e India, con la Borsa di Giakarta che ha perso il 13% in tre sedute ed è entrata ufficialmente in territorio ribassista e la rupia indiana scesa ai minimi record contro il dollaro. Ancora una volta, a spaventare è l’incertezza sul “taper” della Fed e il rialzo dei tassi negli Usa, un qualcosa di tremendamente negativo in un mondo che vive a debito e ha necessità di prendere a prestito denaro a tassi bassi. Per Chris Weston, capo analista di IG, «semplicemente ci troviamo in un mercato che non vedrà rendimenti bassi a breve, a meno di qualche serio intervento verbale della Fed». Anche perché i mercati emergenti, proprio grazie ai vari round di stimolo della Banca centrale Usa, hanno conosciuto un flusso di capitali nelle loro economie pari a 4 triliardi di dollari, ma ora quel denaro sta riprendendo la strada di casa, allocandosi altrove e spedendo la rupia indiana a perdere il 15% da inizio anno contro il dollaro e il real brasiliano il 18%.

Per Weston le prospettive sono cupe: «Nazioni con livelli di inflazione alti, grossi deficit di conto corrente e continue fughe di capitali verranno distrutte e resteranno poi vulnerabili a lungo». Sono infatti cinque i fattori che hanno reso possibile questa situazione, al netto del detonatore statunitense. Primo, i fondamentali dei mercati emergenti sono deteriorati negli ultimi anni, ma il continuo afflusso di capitali dall’estero ha supportato le economie. Secondo, dal 2009 in poi la crescita record di quei Paesi è stata garantita per larga parte proprio dagli inflows di capitali, spinti dagli investimenti cinesi e dai programmi di stimolo Usa, oltre che dalla grandeur fuori luogo proprio di qualche Brics. Terzo, quando il denaro a pioggia ha cominciato a diminuire, molti investimenti esteri si sono ritirati dai paesi emergenti, non più così competitivi e convenienti. Quarto, le economie emergenti si trovano ora a dover affrontare parecchi problemi: lo stimolo - sia interno che esterno - sta esaurendosi, il prezzo delle commodity è destinato a restare basso, a meno che la Cina non ritrovi la spinta alla crescita-turbo e, infine, l’aumento dei rendimenti dei bond rende più difficile finanziarsi a basso costo. Quinto, ora che l’euforia sta finendo, il focus dei mercati potrebbe concentrarsi sulle debolezze dei quei paesi, ovvero le infrastrutture (fatta eccezione per la Cina) e la necessità di ristrutturare il debito.

 


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