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FINANZA/ I numeri che suonano l'allarme "default" per l'Italia

Pubblicazione:martedì 27 agosto 2013

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I rendimenti del Treasury decennale la scorsa settimana hanno toccato i massimi da due anni e questa settimana potrebbe conoscere nuove oscillazioni al rialzo, visto che il Tesoro Usa metterà in asta 98 miliardi di nuovo debito sulle scadenze a due, cinque e sette anni. Inoltre, l'attesa per il prossimo meeting della Fed, previsto per il 17 e 18 settembre, potrebbe innescare una certa volatilità implicita, altra pessima consigliera per gli investimenti. Due settimane fa, la Fed deteneva il 31,47% di tutti i Treasuries a dieci anni, la scorsa questa percentuale era già salita al 31,59%, dati che espressi in triliardi di dollari ci dicono che si è passati da 1,648 a 1,663, portando a una diminuzione del debito disponibile sul mercato per il settore privato da 3,602 a 3,589 triliardi. Dette così, queste cifre possono non impressionare ma la Fed è spaventata dal fatto che queste variazioni possano impattare sul funzionamento di un mercato già di per sé illiquido. Tutto questo non fa che portare sempre di più il mercato a porsi short sull'opzione di un "taper" della Fed, quindi molti investitori scelgono una strategia di copertura dal rischio che vede vendere la durata e comprare il volume. Detto fatto, il decannale - il benchmark - viene scaricato, i rendimenti salgono e la Fed si trova costretta ad acquistare, squilibrando le dinamiche di acquisizione e detenzione dei Treasury sul mercato di capitale. Difficile, in queste condizioni di incertezza, uscire da questa situazione, anche perché sono parecchi i fattori tecnici (outflows da fondi obbligazionari, riduzione della domanda di debito da parte delle banche, vendita di riserve) che depongono a favore di un aumento dei rendimenti. L'unica strada è quella di inversione tecnica dovuta a un peggioramento della condizioni economiche, serve quindi quello che in gergo si chiama "turn for the worse". Non stupitevi, quindi, se i prossimi dati macro che arriveranno dagli Usa saranno tutt'altro che orientati alla ripresa. A testimoniarlo anche il coro unanime che giunge dai centri studi delle principali banche d'affari, ultima delle quali Sociètè Generale giovedì scorso, a detta dei quali negli ultimi due trimestri dell'anno potremmo assistere a un outflows di 100 miliardi di dollari dal mercato azionario Usa in direzione di quello europeo. Anzi, il processo sarebbe già in corso, spinto non solo dai timori del "taper" ma anche dal dato sul Pil dell'eurozona recentemente pubblicato da Eurostat che ha mostrato un miglioramento della crescita, ad eccezione dell'Italia. Quindi, la condizione ideale per cogliere i cosiddetti "green shots", visto che ad oggi i titoli azionari dell'eurozona non prezzano quasi per nulla la ripresa, se non in pochi indici e in determinati settori. Il Ftse100 di Londra ha conosciuto un rally dell'8,36% da inizio anno, il Dax tedesco dell'8,84%, mentre l'indice paneuropeo Euro Stoxx 50 del 5,26%. Poco, rispetto al +15% dell'S&P 500 di New York e al +29% del Nikkei giapponese: quel delta di differenza, potrebbe ora essere magari non colmato ma limitato dagli outflows statunitensi verso l'Europa. E non solo Société Générale la pensa così ma anche Nomura, Bank of America-Merrill Lynch e JP Morgan, tutte ottimiste sulla scorta di quel +0,3% di crescita nell'eurozona del secondo trimestre di quest'anno, il primo dato positivo dal terzo trimestre del 2011. E i portafogli d'investimento parlano chiaro: Oakmark International Fund è nettamente overweight sull'Europa, soprattutto sui titoli finanziari del Vecchio Continente. Giovedì scorso l'indice Euro Stoxx Banks ha toccato i 181 punti, dal minimo di 75 dello scorso anno e dal massimo di 490 del maggio 2007. Per Christian Gattiker, capo del centro ricerche di Julius Bar, l'Eurostoxx 50 da qui a fine anno potrebbe conoscere un aumento compreso tra il 20 e il 30%. Ma attenzione, i nodi verranno comunque al pettine. 


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