BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FINANZA/ I numeri che suonano l'allarme "default" per l'Italia

Con i segnali contradditori provenienti dai mercati Usa, l’instabilità politica renderà impossibile, in Italia, rinnovare 122mld di titoli. Il commento di MAURO BOTTARELLI

Infophoto Infophoto

«Nessuna fretta nel ritiro delle misure non convenzionali di stimolo all'economia: la strada dell'uscita dagli aiuti deve dipendere dalla ritmo della ripresa». Così il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde, ha dettato la linea al simposio annuale della Fed di Kansas City a Jackson Hole. La Lagarde ha invitato a collaborare e a «non sprecare lo spazio offerto dalle misure di politica monetaria non convenzionali per agire a sostegno della crescita. La politica monetaria da sola sono può fare tutto, non può rispondere a tutte le domande e non può risolvere ogni problema economico». Quindi, «servono riforme strutturali per gettare le fondamenta di una crescita durevole e duratura». Il direttore generale del Fmi si è soffermata su un'analisi delle misure non convenzionali di stimolo, mettendone in evidenza i rischi: «Sotto molti punti di vista le banche centrali sono state gli eroi della crisi finanziaria, con le loro eccezionali azioni hanno aiutato ad allontanare il mondo dal precipizio di un'altra Grande Depressione. Ma le politiche monetarie non convenzionali includono il navigare in un nuovo mondo. È come entrare in una stanza buia ma io resto ottimista. Le banche centrali hanno gestito bene l'entrata e non vedo nessun motivo per il quale non dovrebbero gestire altrettanto bene l'uscita». Insomma, il Fondo monetario - di fatto nulla più che il nume tutelare di ogni creditore internazionale attraverso la politica capestro del binomio aiuti/riforme forzate - si è espresso sul cosiddetto "taper": calma, si compri ancora per un po'. E che questa ipotesi non sia poi così peregrina lo testimonia un'altra cosa, ovvero la strategia statunitense che si sta dispiegando in questi giorni: smetterla di offrire al mercato una visione distorta della ripresa dell'economia, rendere noti i dati in modo da indurre una correzione sul mercato azionario ma contemporaneamente spingere al ribasso i rendimenti dei titoli di Stato, vera e grande preoccupazione della Fed. Venerdì, dopo aver sfondato quota 2,90% e flirtato per un attimo con il 3%, il Treasury a 10 anni ha vissuto una brusca inversione, piombando in area 2,81% "grazie" al pessimo dato giunto dal mercato immobiliare, strettamente connesso alle dinamiche del debito, visto che va a impattare sui tassi dei mutui. Le vendite di nuove case mono-familiari è scesa, infatti, molto pesantemente in luglio, toccando il livello minimo da nove mesi: -13,4% su base annuale, a quota 394mila unità. Ieri, poi, la riprova. Stando ai dati del dipartimento del Commercio statunitense, a luglio, gli ordini di beni durevoli sono scesi del 7,3%, ben più di quanto atteso dagli analisti che avevano stimato un ribasso del 4%. Sul risultato ha pesato il settore trasporti, visto che escludendo tale comparto, infatti, gli ordinativi a luglio hanno mostrato un calo dello 0,6%. E come ha reagito il rendimento del decennale a questa notizia? Ve lo mostra il primo dall'alto di questi grafici. Un fenomeno, questo, che è già stato ribattezzato sindrome della "bad-news-is-good-news". Un cane che si morde la coda, quindi: se l'economia migliora, Wall Street vola ma i titoli di Stato pagano un rendimento più alto sui timori che la Fed smetta o rallenti gli acquisti. Se invece l'economia manda segnali negativi, Wall Street rallenta la corsa ma gli investitori acquistano debito Usa, visto che prezzano una continuazione del programma di stimolo. Come uscire da questa situazione, senza mandare scossoni eccessivi, come quelli che hanno fatto vivere ai mercati emergenti la peggiore settimana da dieci anni a questa parte? Difficile dirlo, visto che nemmeno la Fed ha la minima idea su come operare.