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Economia e Finanza

FINANZA/ La guerra alla Siria? Un toccasana per l'economia di Obama

L’imminente guerra che sta per essere scatenata contro la Siria, spiega MAURO BOTTARELLI, è l’ideale, dal punto di vista degli Usa, per "giustificare" le operazioni della Federal reserve

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Non voglio entrare nel merito dell'ormai quasi certo intervento militare in Siria, ognuno di noi - con la propria coscienza - farà i conti con quanto sta accadendo. Un dato di fatto è però innegabile, questa guerra è un toccasana assoluto per l'economia Usa. Anzi, è addirittura strumentale al fatto che gli Stati Uniti riescano a passare indenni i prossimi due mesi, le colonne d'Ercole della manovra di stimolo della Fed che sta facendo impazzire i mercati. E quanto sta accadendo a Wall Street ha già un nome, "the war rotation". E di cosa si tratti è presto detto: i venti di guerra che stanno soffiando sulla Siria, stanno contemporaneamente mettendo al loro posto tutte le tessere del mosaico che servono alla Fed per evitare che il "taper" si trasformi in uno tsunami sui mercati.

Lunedì pomeriggio, dopo che il segretario di Stato Usa, John Kerry, aveva tenuto la propria conferenza stampa, una formale dichiarazione di guerra verso Damasco, ecco la reazione del mercato: WTI in aumento e capace di pareggiare il Brent, oro e argento in aumento ai massimi da undici settimane, dollaro in calo e conseguente apprezzamento dello yen, Wall Street sulla via della correzione al ribasso ma, sopratutto, rendimento del Treasury decennale in calo vistoso dai massimi a due anni toccati la scorsa settimana. Tradotto, il prezzo del petrolio in aumento va a colpire i già disastrati mercati emergenti asiatici, afflitti da monete in caduta libera e bilancia dei pagamenti squilibrate per i costi dell'import, acquisti sui metalli preziosi significa un ritorno sul mercato delle commodities da parte dei fondi, quindi un allontamento dell'ipotesi di sell-off azionaria di titoli Usa una volta scaricati i beni rifugio, lo yen che aumenta pone in seria difficoltà il carry trade globale innescato dalla Bank of Japan (visto che i giapponesi a giugno hanno scaricato 20 miliardi di debito Usa, a Washington nessuno piangerà) e il calo del rendimento dei titoli nipponici parla la lingua del risk-off, Wall Street che corregge può anticipare il pricing del "taper" dai massimi e permettere la rotazione verso i bond, abbassando ancora la pressione sul rendimento del Treasury.

Detto fatto, negli ultimi due giorni dall'Asia ma anche dal Medio Oriente arrivava un bollettino di guerra: l'indice indiano Sensex -3,18%, quello filippino -4%, Giakarta -3,7% e addirittura Dubai -7%. In compenso, petrolio su dell'1,5% e oro che rompeva quota 1400, arrivando a 1428 dollari l'oncia. La rupia indiana, poi, perdeva contro tutte le altre divise, calando di un altro 2% ai minimi storici da vent'anni sul timore per l'esplosione del deficit di conto corrente a causa del costo del petrolio, problema che trova coinvolta anche la Turchia, la quale vede a rischio le sue esportazioni verso il Medio Oriente (un quinto del totale) per le tensioni in Egitto e Siria.