BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

BANCHE/ Mps e co: a chi giovano gli “attacchi” di Bankitalia?

Ignazio Visco (Infophoto) Ignazio Visco (Infophoto)

Per contro, i prestiti erogati dal nostro sistema creditizio alle imprese sono diminuiti del 5%, che in termini assoluti corrispondono a meno 49,3 miliardi di euro erogati. Sempre in questo periodo, le sofferenze in capo al sistema imprenditoriale sono aumentate del 29,4% (variazione assoluta +23,7 miliardi) e a maggio di quest’anno hanno raggiunto un volume di 104,2 miliardi di euro. La tendenza si è rafforzata anche in questa prima parte dell’anno: tra il dicembre 2012 e il maggio 2013, lo stock dei titoli di Stato in possesso delle banche è cresciuto di 64 miliardi di euro, le sofferenze in capo alle aziende sono cresciute di 4,2 miliardi, mentre gli impieghi alle imprese sono diminuiti di 17,1 miliardi. E un altro dato pare esemplificativo della situazione in cui versano i nostri istituti. Al 24 aprile scorso, ultimo dato Bankitalia disponibile, le banche italiane avevano restituito solo 3,5 miliardi dei 255 presi in prestito dalla Bce nelle due operazioni di finanziamento a lungo termine del dicembre 2011 e del febbraio 2012. Briciole, quindi.

Il dato è discordante, visto che a fine giugno l’esposizione a medio-lungo termine delle banche italiane nei confronti della Bce è scesa a 244,4 miliardi di euro, quindi circa 10 miliardi in meno rispetto a quanto ottenuto nelle ormai note operazioni a 3 anni. Ma l’ammontare rimborsato potrebbe essere anche superiore, dato che quella cifra comprende tutte le operazioni non a breve termine, tanto è vero che l’anno scorso l’aggregato era salito anche a 280 miliardi, ben oltre quindi gli ormai ben noti 255 miliardi. Insomma, nella migliore delle ipotesi arriviamo a circa 20 miliardi di soldi restituiti all’Eurotower. Un dato comunque inferiore al 10% di quanto incassato a suo tempo e di gran lunga al di sotto rispetto a quanto hanno nel frattempo restituito le banche francesi o le tedesche, perfino quelle spagnole.

Chi ha cominciato a ridare le briciole a Francoforte poco interessa, non saranno certo quei pochi miliardi a innescare lo stigma virtuoso nei confronti dei mercati, a garantire un’aura di forza e di solidità agli occhi degli investitori. Anzi, lo stigma potrebbe innescarsi al contrario per l’intero settore, vista la “moral suasion” esercitata da Bankitalia per non arrivare con l’acqua alla gola alle naturali scadenze di fine 2014 e inizio 2015, di fatto totalmente o quasi ignorata. Ora, guardiamo in faccia la realtà. So anch’io, benissimo, che siamo di fronte a uno schema Ponzi in piena regola, a una follia che il mercato prima o poi punirà, ma sarebbe ingeneroso criticare tout court le banche italiane per queste scelte. Se hanno deciso di acquistare i nostri titoli di Stato in maniera così massiccia non possiamo disconoscere che ciò ha contribuito a immettere una forte dose di liquidità nel sistema, salvando l’Italia dal crac finanziario. Che, parliamoci chiaro, era dietro l’angolo. È altrettanto vero, però, che in questi durissimi anni di crisi le banche di credito cooperativo, le popolari e le casse di risparmio hanno continuato a erogare credito al territorio: occorrerebbe, quindi, un bilanciamento.

E chi dovrebbe garantirlo, stante che le banche non sono opere pie, ma soggetti privati che devono generare utili? Bankitalia. La quale, ieri, nella persona del suo governatore, Ignazio Visco, ha incontrato il premier, Enrico Letta, per fare il punto della situazione dei conti dello Stato, al netto anche degli ammanchi che rinvio dell’Imu e dell’aumento dell’Iva hanno generato. Per il numero uno di Palazzo Koch, in questa fase di lenta e delicata ripresa dell’economia - dove l’abbia vista non si sa - sarebbe davvero fatale un nuovo shock o, peggio, un lungo e rissoso periodo di instabilità. Un solo aumento di mezzo punto dei rendimenti dei titoli di Stato vale infatti qualcosa come 2,5 miliardi in un solo anno, 5 il secondo, per schizzare a 6 nel terzo. C’è poi il problema delle agenzie di rating, che hanno già messo nel mirino un’altra volta il Bel Paese: non è un caso che il governo abbia preso una posizione netta al riguardo, di fatto chiedendo in sede europea quello che è un disconoscimento del loro operato e l’istituzione di un soggetto valutativo davvero indipendente.