BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

BANCHE/ Mps e co: a chi giovano gli “attacchi” di Bankitalia?

Pubblicazione:martedì 6 agosto 2013

Ignazio Visco (Infophoto) Ignazio Visco (Infophoto)

Italia e Spagna stanno vivendo destini paralleli. Per entrambi gli spread restano (relativamente) bassi, le aste di titoli di Stato estive sono andate bene, ma l’economia reale lancia quotidiane grida di dolore. In compenso, i paralleli sono anche politici. Sia il governo iberico che quello italiano parlano una lingua improntata al cauto ottimismo, parlano di segnali di ripresa, azzardano il fatto che il peggio della crisi sia ormai alle spalle e vaticinano alcuni indicatori - del tutto stagionali e ciclici, come ad esempio l’impatto del turismo sull’occupazione per quanto riguarda la Spagna - a conferma delle loro tesi. Entrambi i governi, però, sono anche pericolosamente in crisi. Quello guidato da Mariano Rajoy per lo scandalo corruzione del Pp, quello guidato da Enrico Letta per gli scossoni innescati nella già fragile architettura dell’esecutivo dalla sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi per il processo dei diritti tv Mediaset. Non mi pare eccessivo, né pessimistico dire che - a meno di interventi straordinari o straordinarie mutazioni degli equilibri - quasi certamente questi due governi non passeranno l’autunno indenni, visto che dopo il 22 settembre - data delle elezioni politiche in Germania - la tregua sui mercati europei sarà definitivamente finita.

L’appello di Napolitano al Paese affinché resti coeso, quasi la sentenza giunta dal Palazzaccio fosse stata la strage di Capaci, fa capire quanto la situazione sia delicata. Il ministro della Difesa, Mario Mauro, poi, ha avvertito che «se cade Letta, si torna al voto». Con l’attuale legge elettorale? Giorgio Napolitano in tal senso è stato chiaro, tanto da far trapelare il fatto che le sue dimissioni sarebbero già pronte, firmate e riposte nel cassetto. In quel caso, sarebbe crisi al buio. E sarebbe anche la fine, perché i mercati non aspetterebbero oltre: urne anticipate, con cotè di caos sui tempi e i modi per arrivarci, significherebbe spread a 400 in una settimana.

Sono gli investitori a dirlo: non c’è stata banca d’affari che, subito dopo la sentenza della Cassazione, non abbia detto chiaro e tondo che l’unica dinamo per una nuova crisi finanziaria italiana sarebbero le elezioni anticipate. Tanto più che, come dicevo prima, il reale stato dell’economia - e questo vale anche per la Spagna - giustificherebbe almeno nella prima parte un panico generalizzato da rischio-Paese. Le nostre banche hanno raggiunto la cifra record di 395 miliardi di titoli di Stato nei loro bilanci, lo ha confermato nel fine settimana la Cgia di Mestre, i cui calcoli vedono i bond governativi detenuti dai nostri istituti di credito saliti dal dicembre 2011 dell’88,5% (da 209,6 ad appunto 395,1), il tutto a fronte di una capitalizzazione totale di Borsa dei nostri istituti di credito di circa 65 miliardi, contro i 261 del 2007. Potrebbero reggere, al netto dei criteri valutativi già penalizzanti di Bce, Eba e Banca d’Italia, a un dimezzamento del valore di quelle obbligazioni? No. Morirebbero. Pressoché tutte.


  PAG. SUCC. >