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FINANZA/ 1. Il “caso Italia” manda in tilt i manuali d’economia

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Il potere d’acquisto dei salariati è bruscamente calato, così come i consumi. Ma la velocità di reazione è senz’altro superiore e la distanza tra l’America, in pieno recupero di competitività, e l’Europa rischia di allargarsi. È questa la mina che va tenuta ben presente quando, come è comprensibile, si tende a vedere dopo anni di depressione, il bicchiere mezzo pieno.

In queste settimane, come continuano a ripetere i responsabili di governo, ha preso corpo la prospettiva di una ripresa, seppur modesta, dell’economia italiana così come quella della zona euro, dopo sei trimestri di contrazione. Non stupisce neppure che, dopo una recessione così violenta e drammatica, il copione della ripresa segua un meccanismo ben collaudato.

Innanzitutto, un graduale aumento della propensione al rischio da parte degli operatori finanziari, ben descritto dai tecnici della Bce. Per ora, infatti, non si vedono all’orizzonte progressi nei bilanci aziendali tali da giustificare l’euforia dei listini azionari che, almeno nel caso della Germania, hanno ormai raggiunto e superato i livelli del 2008. Ma in questi anni, nota la Bce, sul mercato azionario ha pesato un rischio anomalo, condizionato dalla paura del collasso della moneta unica. Il rialzo attuale, perciò, nasce dal superamento della paura. La maggior fiducia, rileva ancora la banca centrale, sta contagiando finalmente l’economia reale, a partire dall’export. Poi si trasmetterà alla domanda domestica.

A questo punto, secondo lo schema classico, l’economia dovrebbe assorbire nuova occupazione. Ma questo non accadrà. Un po’ perché i gruppi più impegnati nell’economia globale dovranno concentrare sforzi (e assunzioni) sui mercati che tirano. Un po’ perché le aziende, in questi anni, hanno congelato la situazione sfruttando gli ammortizzatori reali, ma non hanno creato spazio per attrarre nuova forza lavoro per rispondere alle esigenze del mercato.

In sintesi, non illudiamoci che la ripresa possa risolvere il problema dell’occupazione. Per ripartire, in questo campo, sono urgenti riforme a breve (cuneo fiscale, incentivi) e più ancora a medio termine (formazione, in primis). Altrimenti non si spezza il circolo vizioso di cui parla l’indagine di Mediobanca sulle 2035 imprese italiane: le aziende sono tornate a vendere quasi quanto prima della crisi, soprattutto all'estero, ma guadagnano sempre meno con una redditività che non solo è inferiore a quella che si registrava prima del 2009, ma che è vicina a quella dei primi anni 2000. Tutto per colpa di un contesto internazionale più efficiente sotto tutti i punti di vista, non ultimo il gap fiscale. Ma su questo terreno, Draghi può fare ben poco.

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