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IMU/ Due mosse per far volare la "riforma" (a metà) di Letta

Secondo ANTONIO INTIGLIETTA, l'abolizione dell'IMU è stata una giusta iniziativa che va verso il rilancio dell'economia. Il settore residenziale ha bisogno di nuove iniziative

Enrico Letta (Infophoto) Enrico Letta (Infophoto)

Il nostro Paese si trova oggi davanti alla delicata missione di dover intraprendere la strada verso il rilancio dell’economia. Una politica virtuosa guarda inevitabilmente alla riduzione della spesa e al contenimento dell’imposizione fiscale: due obiettivi difficili soprattutto perché spesso si è ritenuto di intraprendere la strada dell’aggravio della tassazione per far fronte ad una spesa in costante e inesorabile aumento. In questo senso la cancellazione sull’Imu sulla prima casa, annunciata nei giorni scorsi dal Governo, va nella giusta direzione di sostegno alla ripresa, inquadrando lo sviluppo immobiliare quale fattore essenziale per la crescita.  

E’ giusto, infatti, superare la tassa sulla prima proprietà immobiliare, salvaguardando beni che nella maggior parte dei casi rappresentano il frutto di una vita di sacrifici. L’Imu era nata in un momento di emergenza per il Paese e oggi può ritenersi senz’altro più equilibrata la sua trasformazione in una fiscalità proporzionata ai servizi offerti nell’ambito locale. In particolare, la logica annunciata dal presidente del Consiglio, Enrico Letta, del “pago-vedo-voto”, in riferimento alla cosiddetta Service-Tax al debutto nel 2014, richiamerà ad una maggiore responsabilità le amministrazioni comunali, soggette ad una valutazione più critica e trasparente da parte della comunità.

Il settore residenziale, che rappresenta la fetta più consistente del sistema immobiliare italiano, necessita di nuove politiche in grado di offrire risposte adeguate al bisogno abitativo. In questo senso è opportuno affiancare ad un provvedimento come quello sull’Imu anche un pacchetto di misure volte a incentivare la realizzazione di nuove case sia per le categorie sociali meno abbienti, sia per quella fascia sempre più ampia di persone “troppo ricche” per accedere all’edilizia popolare, ma “troppo povere” per accendere e garantire l’impegno di un mutuo. Va così favorito l’housing sociale, lavorando su un nuovo regime Iva per chi sviluppa iniziative del genere e sul cambio delle destinazioni d’uso di aree e patrimoni immobiliari oggi inutilizzati o in stato obsoleto. La trasformazione di beni “abbandonati”, così come la riconversione di “cantieri in sofferenza”, da parte della Pubblica amministrazione (Comuni, Province, Regioni, enti parastatali, etc.) può mettere in moto un meccanismo virtuoso, capace di presentare sul mercato una nuova offerta di abitazioni in affitto, dare impulso al settore immobiliare nel suo complesso e attrarre investimenti, anche da parte di fondi esteri a caccia di opportunità sostenibili sul nostro territorio. 

Risposte efficaci ed efficienti passano dalla creazione di un giusto mix tra la semplificazione a costo zero delle politiche pubbliche, la valorizzazione dell’esperienza cooperativa e solidaristica italiana, che non ha eguali all’estero, il protagonismo della Cassa Depositi e Prestiti e del nuovo “Fondo dei Fondi”, l’intervento delle Sgr e del sistema bancario.