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SIRIA & BORSA/ Quei missili "mascherati" da titoli finanziari

Pubblicazione:martedì 10 settembre 2013

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Ci sono però quei tre momenti particolari messi in evidenza nel grafico, in cui questa correlazione è saltata e all’aumento del prezzo del petrolio è seguita una diminuzione dei rendimenti. Quando? Quando il prezzo del petrolio si muove troppo in fretta, soprattutto al rialzo, segnalando così ai mercato un aumento del rischio che innesca il sentimento di avversione verso lo stesso a causa di eventi geopolitici: due chiare dinamo per il ribasso dei rendimenti. Più in generale, i tassi nominali calano se l’aumento del prezzo del petrolio è sufficiente per minacciare la ripresa e se è molto repentino: cosa meglio di una guerra, quindi? Oltretutto basata su raid e tempi rapidi, almeno stando a quanto dichiarato più volte da Barack Obama, scongiurando a parole il rischio di un secondo pantano iracheno.

C’è poi il secondo elemento che potrebbe andare a impattare sui mercati in caso di attacco, ovvero quello legato al premio di rischio, cioè la riduzione dell’appetito per assets rischiosi. Se infatti la crisi subirà un’escalation o gli investitori percepiranno il rischio di un peggioramento l’effetto immediato sarà quello classico della modaltà risk-off, ovvero fuga da investimenti pericolosi o high-beta, conseguente sell-off e ritorno in massa verso i beni rifugio, tra cui in testa i Treasuries Usa e altre forme di assets cosiddetti “risk-free” (la riottosa Merkel, paradossalmente, potrebbe finalmente vedere il rendimento del Bund abbandonare area 1,95-2% in caso di conflitto, proprio a ridosso delle elezioni politiche). E se il mercato compra Treasuries, il prezzo di questi sale e il rendimento scende, allontanando l’incubo di tassi in rialzo sul breve, una iattura ulteriore per il già malconcio mercato immobiliare e dei mutui Usa.

Storicamente, poi, gli analisti sanno che la miglior strategia di hedging in situazioni simili si basa su due elementi: cash e debito governativo core, ad esempio Usa o tedesco o giapponese. In passato il debito sovrano europeo è stato un po’ snobbato in circostanze simili, semplicemente perché non vissuto come risk-free dagli investitori che lo trattano come una media ponderata di tutti i debiti sovrani europei - core e periferici -, quindi tendente all’underperforming quando gli spread si ampliano: non penso che questa volta sarà così, la situazione europea è talmente frammentata che ormai sul mercato si sa che comprando Bund si compra solo Germania e comprando Germania si compra il vecchio marco e la sua solidità economica strutturale.

Nel suo report di due giorni fa, Ubs non aveva dubbi su chi sarà il beneficiario principale di un attacco in Siria e dell’instabilità che esso potrà generare: «Crediamo che l’unica asset class che potrebbe garantire protezione sia dal rischio di downturn economica che dall’aumento del premio di rischio sia la curva obbligazionaria Usa, in particolare la parte a breve scadenza, che noi nel nostro portafoglio denominiamo infatti come “cash”, oppure le scadenze più lunghe, sia in termini reali che nominali. L’unica decisione da prendere è su quale scadenza della curva Usa scommettere». Lo scrive Ubs, non il ministero delle Finanze russo o cinese o siriano per screditare Obama e il suo operato. Insomma, siamo in pieno regime di appetito di rischio “medium and falling”, ovvero il periodo in cui attendersi scommesse short sull’azionario e sull’obbligazionario legato all’inflazione e andare overweight su bond corporate delle economie avanzate e sovrani-core.

La fase inversa, tanto per vostra conoscenza, è quello del “medium and rising”, ovvero quando l’appetito per il rischio comincia a salire e allora si va short sull’obbligazionario sovrano e long su obbligazioni corporate e titoli azionari. La settimana che si è appena aperta, poi, vedrà più aste di Treasuries, quindi uno spotlight importante per gli investitori dopo la rottura della soglia psicologica del 3% sul decennale della scorsa settimana. Di più, domani avrà luogo la più grossa offerta obbligazionaria corporate della storia, con Verizon che offrirà tra i 20 e i 30 miliardi di dollari di bond per finanziare l’acquisto delle azioni di Verizon Wireless che ancora non detiene. Insomma, scadenze importanti quanto la riunione della Fed della prossima settimana, appuntamento prima del quale la numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha voluto ricordare come la Banca centrale Usa «non possa ignorare in fase decisionale (sul taper, ndr) il destino dei mercati emergenti».

Tornando un attimo indietro, poco fa non ho citato Russia e Cina a caso, ma perché rappresentano l’altra faccia della medaglia della scommessa bellico-economica di Washington. Mosca e Pechino, infatti, insieme detengono il 25% di tutto il debito Usa in mano a investitori stranieri, 1,414 triliardi di dollari, come mostra il grafico qui sotto. Come vi ho già detto qualche settimana fa, solo nel mese di luglio Cina, Russia e Giappone hanno venduto 57 miliardi di titoli Usa, costringendo la Fed a comprare per evitare un aumento eccessivo e autoalimentante dei rendimenti che facesse salire i tassi (soprattutto sui mutui immobiliari). Ma visto che ancora oggi il rendimento del Treasury a 10 anni flirta con quota 3% significa che le vendite sono proseguite anche ad agosto e in questi primi giorni di settembre, così come gli acquisti per offsetting della Fed, immagino.

 

 


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