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Economia e Finanza

SIRIA & BORSA/ Quei missili "mascherati" da titoli finanziari

Negli Stati Uniti sembra imminente il via libera all’attacco in Siria. MAURO BOTTARELLI ci spiega quali possono essere le conseguenze finanziarie di una simile mossa

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Oggi Barack Obama parlerà al popolo americano, da domani la parola passerà al Congresso ma l’attacco contro la Siria appare un’eventualità sempre più probabile. Non tanto perché la situazione sia precipitata, visto che la guerra civile va avanti da oltre due anni e fino a oggi 110mila morti non era stati sufficienti a suscitare lo sdegno di nessuno dei grandi del mondo, quanto perché la “warfare economy” appare un alleato preziosissimo nel tentativo degli Stati Uniti di uscire da quel labirinto pericoloso che è l’operazione “taper” della Fed. Papa Francesco, nel corso dell’Angelus, ha puntato il dito contro la vendita di armi che starebbe dietro la volontà bellica delle parti in causa, io temo che la questione sia ancora peggiore. Ovvero, questa guerra appare l’unica opportunità per gli Usa di vedere calare i tassi sul loro debito e riattivare il ciclo industriale, evitando quella drammatica rotazione da assets a cash che si potrebbe innescare se il Treasury a 10 anni toccasse o sfondasse quota 3,5%, livello non distante dal 3% toccato brevemente giovedì scorso ma più lontano dal 2,89% di ieri, un calo quasi interamente giustificato proprio dalla convinzione dei mercati che, alla fine, il Congresso darà luce verde all’attacco.

Ci sono però parecchie incognite dietro questa strategia, prima delle quali il rischio di escalation incontrollata del conflitto in tutta l’area mediorientale e la reazione di Russia e Cina. Insomma, il contagio del caos non appare un’ipotesi così peregrina. Ma come impatterà questo conflitto sui mercati internazionali? Sostanzialmente attraverso la diminuzione dell’appetito per il rischio degli investitori e l’aumento del prezzo del petrolio, in caso il fallout dei raid andasse a coinvolgere nella disputa anche Iran, Israele e altri Stati dell’area. Certo, quello siriano non rappresenta un contesto sufficientemente grande da impattare sui prezzi petroliferi nel lungo termine, ma un eventuale rischio di allargamento del conflitto porterebbe con sé la prezzatura di un premio di rischio sui mercati, opzione che innescherebbe quasi immediatamente un aumento dei prezzi, sostenuto indirettamente dai giochi tutti finanziari sul petrolio di carta, i futures.

Ma uno shock petrolifero può anche incidere in maniera diversa sul mercato azionario. Prendiamo l’esempio della guerra del Golfo del 1990-1991, quando lo shock sulle forniture si sostanziò in una correlazione negativa tra petrolio e Borsa, mentre un aumento del prezzo dovuto a crescita della domanda genera storicamente una correlazione positiva con l’indice S&P’s 500. Siccome difficilmente avremo questa seconda ipotesi sul monitor, non possiamo che pensare che un aumento del prezzo del petrolio dovuto allo scenario siriano andrà a impattare negativamente sugli assets rischiosi, spingendo al ribasso i prezzi proprio per la diminuzione tra gli investitori dell’appetito per il rischio. Diversa la relazione tra prezzo del petrolio e bonds, la chiave di volta dell’attuale situazione. Il rallentamento economico dovuto a un aumento del prezzo del petrolio normalmente porta con sé una diminuzione dei rendimenti, ma la crescita dell’inflazione (o la percezione di una crescita in arrivo), dovuta alla cosiddetta “bolletta energetica” su cui impatta l’aumento del prezzo del petrolio, può generare invece un aumento degli yields. Ma anche in questo caso un precedente della storia recente fa propendere per un effetto positivo sui rendimenti, come ci mostra questo grafico.

Dall’inizio dell’anno prezzi petroliferi e yields si sono mossi in tandem, crescendo stabilmente quasi allo stesso ritmo, uno dei frutti avvelenati del Qe della Fed, la quale vendendo l’idea di ripresa globale attraverso i soldi a pioggia delle manovre di stimolo ha generato un effetto domanda ciclico: miglioramento economico, aumento del prezzo del petrolio, aumento dei rendimenti. Insomma, una normale dinamica di ripresa sostenibile. Peccato che la ripresa fosse tutta artificiale, come i recenti dati che ci giungono da ogni dove nel globo dimostrano.