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FINANZA/ Mps e la "curva" che mette paura all’Italia

Pubblicazione:giovedì 12 settembre 2013

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Ammetto di essere un inguaribile ingenuo, ma non mi capacito del clima da normalità che ha accompagnato lo scorso fine settimana la notizia riguardo la definizione del piano di ristrutturazione di Monte dei Paschi. Prima silenzio pressoché totale, poi cronaca degne di una sala autoptica. Eppure, quanto deciso nel corso del vertice tra il Commissario europeo alla concorrenza, Joaquin Almunia, e il nostro ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, nei fatti sancisce la quasi certa nazionalizzazione dell’istituto senese. Il conto per il salvataggio del Montepaschi sarà infatti più salato del previsto, visto che sul piatto c’è un aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro, ovvero 500 milioni in più delle previsioni e nei fatti lo stesso valore attuale dell’istituto in Borsa. Insomma, un aumento di capitale pari al market cap: nemmeno Superman, in queste condizioni di mercato. Nella nota del ministero delle Finanze viene precisato che l’aumento servirà ad anticipare il rimborso degli aiuti di Stato, i cosiddetti Monti bond, ricevuti dall’istituto per oltre 4 miliardi di euro. Come tempistiche, il Tesoro conferma quanto anticipato in conferenza stampa da Almunia: due mesi per dare il via libera al piano di salvataggio e tutto il 2014 come finestra per varare l’aumento di capitale. Nel caso in cui il tandem Alessandro Profumo e Fabrizio Viola dovesse fallire nella ricerca di uno o più compratori della banca, allora Mps sarà nazionalizzata.

Con tutto il rispetto per i due bravissimi manager, ripeto che la missione è praticamente impossibile. Anche perché più di qualcosa non quadra in questa vicenda. Una domanda, ad esempio: perché al solo scopo di rispettare le ratio, si costringe Mps a prendere i Monti Bond - che gli analisti non computano come capitale e che costano centinaia di milioni di euro all’anno - per poi obbligarla a un aumento di capitale così pesante? Delle due l’una, mi viene da pensare: o c’è una strategia, se non altro quella di guadagnare tempo sperando che la situazione svolti, o c’è una grande improvvisazione. «Ambedue linee di intervento strategico assai sofisticate...», chiosava tra l’ironico e il rassegnato un primario operatore del settore bancario cui ho posto retoricamente la domanda. Eppure da ridere c’è ben poco. Nel 2014, lo Stato si ritroverà proprietario del 72% di Mps, quindi sarà l’azionista di riferimento, il proprietario dell’istituto.

A quali costi, però? Il piano in elaborazione a Siena prevederebbe da subito ulteriori tagli agli sportelli, dopo i 400 già chiusi, e al personale, oltre che una riduzione graduale dei 29 miliardi di euro di Btp a bilancio (3 miliardi acquistati solo nel secondo trimestre di quest’anno). Al netto di una quota azionaria di mercato del 57,4%, con la Fondazione al 33,4%, Alberto Aleotti al 4%, Unicoop Firenze al 2,7% e Axa al 2,5%, Mps resta una preda ambita - essendo il terzo gruppo italiano e la banca più antica del mondo -, ma gli appetiti reali hanno bisogno di una bella cura dimagrante prima di essere scatenati. E se in Italia ci si è limitati a riportare la notizia senza troppi clamori, salvo qualche articolo allarmato per il -9% inanellato dal titolo lunedì e martedì, altrove l’attenzione è alta. Molto alta. «Non esiste una sola possibilità al mondo che possa raccogliere quella cifra in dodici mesi. Stanno facendo rotta verso la nazionalizzazione», ha detto chiaro e tondo alla Reuters un banchiere d’investimento coperto da anonimato. Insomma, con ogni probabilità sarà lo Stato italiano a dover fornire alla banca l’equity necessaria.


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